Disobbedire e non combattere. L’obiezione di coscienza al servizio militare nell’Italia repubblicana

Di Amoreno Martellini

Amoreno Martellini, che insegna Storia contemporanea all’Università di Urbino, ripercorre la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia, dalla nascita della Repubblica all’introduzione della legge del 1972 che accordò la possibilità di svolgere un servizio civile alternativo. Si trattò di una riforma rimandata per quasi trent’anni: sostenuta dalla pratica della disobbedienza di una piccola minoranza; da motivazioni che cambiarono nel tempo (l’etica della nonviolenza, un antimilitarismo radicale e antiborghese, un rifiuto di «perdere tempo»); da un movimento culturale altrettanto variegato che approdò – tra le altre cose – a una discussione sulla definizione del concetto di «patria». Sono temi e questioni che ci sollecitano ancora oggi, tanto più nel momento in cui in molti Paesi d’Europa, Italia compresa, si discute di reintrodurre forme di leva universale obbligatoria.

 

Una riforma degli anni Settanta, uscita dal dopoguerra

La legge che sanciva il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare venne varata dal Parlamento italiano nel dicembre del 1972: fu uno dei primi interventi legislativi della straordinaria ma breve stagione di riforme che si aprì all’inizio degli anni Settanta e attraversò tutto quel decennio solitamente identificato, in modo lapidario e sbrigativo, con la definizione di «anni di piombo». Rispetto a tutte le conquiste civili raggiunte in quella fase, il riconoscimento giuridico del diritto all’obiezione di coscienza non era neanche la più significativa, o quanto meno era quella che portava un cambiamento diretto alla vita del minor numero di persone e, di conseguenza, che riscuoteva il minor sostegno politico, che elargiva minori dividendi elettorali. Tuttavia la legge 772 del 1972 era tra tutte le riforme approvate in quel decennio, una delle poche la cui storia attraversava per intero la vita della Repubblica.

 

Pietro Pinna, obiettore di coscienza

Dopo un rapido e pressoché inascoltato passaggio in Assemblea Costituente, il tema dell’obiezione di coscienza deflagrò per la prima volta nella società italiana alla fine degli anni Quaranta, più precisamente tra il febbraio del 1949 e il febbraio del 1950 quando un giovane allora residente a Ferrara, Pietro Pinna (nato nel 1927, è morto nel 2016), dopo aver ricevuto la cartolina rosa ed essersi presentato regolarmente nella caserma di destinazione, a Torino, si rifiutò di svolgere i compiti di addestramento previsti, dichiarando che non avrebbe in nessun modo collaborato con un’organizzazione come l’esercito che aveva come fine quello di togliere la vita al prossimo. Il suo gesto venne accompagnato dall’invio di una lettera al ministro della Difesa, nella quale il giovane chiedeva che gli fosse riconosciuto lo status di obiettore di coscienza e, in contropartita, si dichiarava pronto a svolgere servizi sostitutivi anche rischiosi, purché disarmati e senza fini violenti.

Per limitare lo sguardo alla neonata Repubblica e senza considerare quindi i casi isolati di soldati che avevano rifiutato la divisa nei decenni precedenti e in particolare durante la Prima guerra mondiale, da un punto di vista strettamente cronologico, Pinna non fu il primo obiettore di coscienza in Italia: prima di lui c’erano stati altri due giovani, appartenenti l’uno ai testimoni di Geova, l’altro alla Chiesa pentecostale, che avevano portato alle estreme conseguenze la loro scelta fino al carcere militare. Ma Pinna fu il primo ad avere una ribalta mediatica. Il suo caso, le sue parole, le sue fotografie (sempre sorridente, quasi sempre ammanettato e in mezzo a uomini delle forze dell’ordine) si conquistarono spazio nelle pagine di giornali e riviste di diversa ispirazione culturale e politica.

 

Dalla condanna al compromesso: recluta «riformata», caso «insabbiato»

Da un punto di vista puramente giuridico, il reato di disobbedienza di cui era accusato il ventenne ferrarese costituiva materia per i tribunali militari; fu dunque un giudice militare a comminare una pena detentiva di dieci mesi con sospensione condizionale. Ma la pena non assolveva l’obbligo di leva: così nei giorni immediatamente successivi alla sentenza Pinna venne inviato a Napoli per ricominciare il suo servizio militare. Coerentemente alle sue convinzioni, il giovane, seppure provato dall’intera vicenda, reiterò la sua disobbedienza. Venne pertanto nuovamente rinchiuso in carcere, nuovamente processato e nuovamente condannato dal tribunale militare partenopeo: otto mesi, questa volta, ma a cui andavano sommati i dieci che aveva evitato nel primo processo grazie alla condizionale, da scontare nel carcere militare di Sant’Elmo. Dopo poco meno di tre mesi, negli ultimi giorni del 1949, l’amnistia – firmata dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi in occasione dell’apertura dell’anno santo indetto da papa Pio XII – rimise Pinna in libertà, ma sempre con l’obbligo di presentarsi in caserma per l’addestramento reclute, questa volta a Bari. Era trascorso quasi un anno dall’inizio della vicenda: il caso dell’obiettore di coscienza che rimbalzava senza soluzione di continuità tra tribunali, caserme e carceri aveva ormai suscitato il principio di un dibattito pubblico, che si rincorreva tra le pagine dei giornali, le reti associative, i palazzi della politica. Continuare ad alimentare questo dibattito e dare visibilità alla scelta dell’obiezione di coscienza non era nell’interesse delle autorità militari. Così, giunto a Bari all’inizio del 1950, Pinna trovò ad attenderlo una commissione medica che dopo una visita non esattamente scrupolosa (Pinna riferì di una auscultazione durata pochi secondi) individuarono un vizio cardiaco, mai emerso in tutte le precedenti visite, che gli valse il congedo illimitato come «riformato».

La vicenda di Pinna era conclusa, ma la storia dell’obiezione di coscienza era appena iniziata.

 

Una piccola minoranza, ma in crescita

In effetti, da allora in avanti, almeno fino all’approvazione della legge, l’esempio di Pinna venne seguito da pochissime giovani reclute, molte delle quali appartenenti alla confessione dei Testimoni di Geova: ma intorno a loro, mentre il dibattito pubblico e l’attenzione mediatica perdevano progressivamente interesse rispetto al fenomeno, crescevano le iniziative di sostegno portate avanti da reti associative e da una parte non insignificante del mondo della cultura. Questo schieramento solidale ruotava in larga misura intorno alla figura e all’opera del filosofo perugino Aldo Capitini (1899-1968), leader discreto di un movimento pacifista e nonviolento, all’epoca ancora espressione piuttosto elitaria: avrebbe trovato il modo di aprirsi a una dimensione pubblica e a una partecipazione più larga soltanto a partire dalla prima marcia della pace Perugia-Assisi, organizzata dallo stesso Capitini il 24 settembre 1961.

Così, a ogni nuovo processo contro un obiettore, man mano che ci si avvicinava agli anni Sessanta e parallelamente al crescere dell’inquietudine e delle istanze pacifiste e antimilitariste nel mondo giovanile, aumentava la partecipazione alle vicende di questi sparuti campioni della disobbedienza: le aule dei tribunali militari si riempivano di sostenitori mentre all’esterno spesso venivano organizzate manifestazioni di solidarietà.

 

Le culture politiche dominanti: refrattarie all’obiezione di coscienza

Il mondo politico, pur se occasionalmente sollecitato sul tema, non trovava ancora la strada per un intervento legislativo che normasse la materia: l’obiezione di coscienza doveva infatti scontare una diffidenza di fondo che, seppure per motivi diversi, animava le due culture di massa, quella cattolica e quella marxista.

La Chiesa non era contraria in assoluto all’idea che il cristiano potesse disobbedire alle leggi dello Stato: negli stessi giorni in cui Pinna veniva processato per la seconda volta, lo stesso pontefice Pio XII aveva invitato i magistrati cattolici a non applicare sentenze di divorzio, nel caso in cui il Parlamento avesse approvato una legge in materia. Ma la disobbedienza di Pinna era diversa: pur rifacendosi al quinto comandamento, «non uccidere», la recluta ferrarese aveva fatto riferimento non già al magistero della Chiesa, ma alla propria coscienza, a una legge interiore superiore alla legge dello Stato, che gli impediva di collaborare in qualunque modo a una cultura di guerra. Questo, secondo teologi e giuristi della curia romana, avrebbe aperto la strada a una sorta di relativismo morale, in cui ogni individuo decideva nel foro della sua coscienza quale fossero le leggi a cui disobbedire, scivolando pericolosamente in tal modo verso un atteggiamento più consono al protestantesimo che al cattolicesimo.

Per la cultura marxista il problema si configurava in modo differente. Pur apprezzabile da un punto di vista etico, il gesto di Pinna sfuggiva a una prerogativa che gli italiani si erano conquistati col sangue, sconfiggendo la dittatura fascista: la difesa della nuova Repubblica, della democrazia e della riconquistata libertà doveva necessariamente essere affidata a un esercito di popolo, a cui tutti i cittadini avrebbero dovuto dare il loro contributo. Una eventuale diffusione di massa dell’obiezione di coscienza avrebbe fatto correre il rischio che le forze armate cadessero in mano a «professionisti delle armi» e a mercenari, che obbedissero a logiche diverse da quelle della politica, mettendo così a dura prova la tenuta del neonato assetto democratico.

Ma a quel punto si era già nel mezzo delle contestazioni giovanili e qualcosa era cambiato anche nel mondo dei disobbedienti.

 

Nuove ragioni per obiettare: «contestazione» e «utilitarismo»

A partire dagli anni del miracolo economico e per tutti gli anni Sessanta, l’accelerazione subita dai processi di modernizzazione della società italiana e il progressivo innalzarsi del tenore di vita e degli indicatori del benessere sociale portò effetti contrastanti sulla vicenda dell’obiezione di coscienza. Da un lato i giovani, insieme alla scoperta della loro nuova e inedita centralità, iniziarono a sperimentare una conflittualità generazionale (esaltata dal Sessantotto, ma iniziata in realtà ben prima) che vedeva nella condanna della guerra e del militarismo uno dei temi di punta della contestazione. D’altro lato, il debutto sulla scena di una generazione di giovani sostanzialmente borghesi spostò leggermente l’asse valoriale della obiezione di coscienza: se per i primi obiettori la base spirituale della loro scelta era costituita da un’idea di nonviolenza legata al pensiero elaborato a fine Ottocento dallo scrittore russo Lev Tolstoj, e il baricentro della disobbedienza risiedeva nella coscienza individuale e nel contrasto tra la legge interiore e le leggi dello Stato, ora gli scenari culturali erano diversi e la scelta traeva alimento anche da altri universi simbolici. Si è visto come il primo obiettore avesse offerto la propria disponibilità a svolgere servizi alternativi disarmati. L’offerta era stata ignorata dai giudici militari (e non poteva essere altrimenti), ma anche dai sostenitori di Pinna, i quali ritenevano che un gesto così coraggioso e pagato a così caro prezzo sul piano umano, non avesse bisogno di ulteriori aggiunte per dimostrare la sua grandezza. Ma a partire dagli anni del miracolo il binomio obiezione di coscienza/servizio civile divenne sempre più saldo e l’importanza del secondo termine crebbe fino a sopravanzare quella del primo: questo processo andava di pari passo alla valorizzazione del «tempo utile», ossia alla necessità di trovare un uso intelligente e proficuo del tempo della propria vita e soprattutto della propria gioventù, da contrapporre ai dodici mesi di leva obbligatoria, considerati tempo sprecato e inutile a sé e al prossimo.

Allo stesso tempo, man mano che ci si avvicina al Sessantotto, si avverte distintamente un cambiamento nel registro comunicativo, nel linguaggio utilizzato dagli obiettori di coscienza per motivare il proprio gesto e dai loro simpatizzanti per sostenerlo e difenderlo. Se i discorsi e gli scritti di Pinna e di tutta la prima generazione di obiettori erano colmi di riferimenti alle motivazioni spirituali, di richiami all’amore per tutti gli esseri umani, alla purezza della coscienza e alle teorie della nonviolenza, nei discorsi degli obiettori degli anni Sessanta, accanto a quei riferimenti etici, risuonavano parole figlie della incipiente radicalizzazione ideologica dei giovani: parole di antagonismo e di contrapposizione, pubbliche dichiarazioni contro «la società capitalistica», contro «lo sfruttamento del lavoro», l’imperialismo, il potere economico, la borghesia.

 

L’obiezione di coscienza e i giovani cattolici

Il mutamento di clima coinvolse anche il mondo cattolico e il suo tessuto associativo giovanile, che in questi anni venne investito in pieno dal tema dell’obiezione di coscienza al servizio militare e, più in generale, della disobbedienza all’autorità. Il primo caso di un giovane obiettore di coscienza dichiaratamente cattolico, il fiorentino Giuseppe Gozzini (1936-2010), si manifestò tra il 1962 e il 1963, tra l’inizio del Concilio Vaticano II e la fine del pontificato del «papa buono» Giovanni XXIII: non può essere un caso se nei documenti conciliari, pubblicati successivamente ma discussi proprio in quei mesi, figura una frase che giudica «conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio alla comunità umana». La Chiesa prendeva atto della mutata realtà e rinsaldava il rapporto tra obiezione di coscienza e servizio civile.

Le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo a suo carico da Gozzini attingevano agli insegnamenti evangelici: «di fronte alla pace gaudente dei militaristi di tutte le razze, per me cattolico la pace porta i segni dei chiodi ed è il bene per cui devo soffrire di più sulla terra: si tratta per me di amare sempre il prossimo, anche quando è nemico militare [...], perché il resto lo sanno fare anche i pagani».

Ma già un paio di anni dopo, nelle parole di un altro giovane obiettore cattolico, l’allora ventiseienne Giorgio Viola, si avvertiva un’atmosfera differente: «rifiuto il servizio militare – erano le sue parole – perché penso che la Patria alla cui difesa sono chiamati cittadini sia un mito. Sono convinto che oggi ci si avvale freddamente di questo mito per coprire ciò che in realtà si vuole mantenere a tutti costi in piedi: cioè un Istituto di potere. Sono convinto che con la motivazione della Patria mi si vuole in realtà indurre ad uccidere o farmi uccidere per difendere l’esistenza dello Stato cui sono soggetto e che è evidentemente soltanto una delle possibili organizzazioni e probabilmente nemmeno la migliore».

 

Don Milani: «Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri»

Mentre questo obiettore si presentava davanti ai giudici militari, un altro processo, ben più clamoroso, scuoteva il mondo cattolico: quello a don Lorenzo Milani. Ci si limiterà qui a una sintesi sommaria dei fatti, per contestualizzare la vicenda. Nel febbraio del 1965 il quotidiano fiorentino «La Nazione» pubblicava una lettera firmata da un gruppo di cappellani militari toscani in congedo, nella quale l’obiezione di coscienza veniva definita «un insulto alla Patria e ai suoi caduti», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà». Nel silenzio pressoché totale di voci dissonanti, tanto nel mondo cattolico quanto in quello laico, le parole con cui un parroco di montagna decise di condannare pubblicamente le tesi dei suoi confratelli in divisa fecero ancora più rumore. La lettera di don Milani ai cappellani militari, insieme a quella indirizzata qualche tempo dopo ai giudici che dovevano processarlo per incitamento alla diserzione in seguito alla denuncia di alcuni ex combattenti, sono così note che non occorre entrare nel dettaglio: certe espressioni erano talmente evocative ed esercitavano un potere seduttivo così forte su quell’universo giovanile ormai in pieno fermento (e non soltanto su quello cattolico), da varcare i confini della vicenda processuale e divenire veri slogan della protesta giovanile. Su tutte, ovviamente, la celebre frase «l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni», come pure l’invito a dare una nuova definizione all’idea di patria: «se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri – scriveva il sacerdote ai cappellani militari – allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

 

La reazione degli ambienti conservatori

La diffusione di questo inedito concetto di patria scandalizzò e mise in allarme tutti quei soggetti (individui, associazioni, istituzioni) politicamente conservatori e culturalmente legati a un sentimento patriottico costruito su una pedagogia mascolina e basato sul militarismo e sulla difesa in armi dei confini, sentimento che a questo punto sentivano minacciato. Questo atteggiamento lasciava una profonda traccia di sé anche nel linguaggio che veniva utilizzato per attaccare gli obiettori, nelle parole che venivano scelte per stigmatizzare la loro scelta considerata antipatriottica: erano parole che, non a caso, facevano sempre riferimento al genere, un linguaggio che metteva sempre al centro della riflessione la virilità del soldato e, di conseguenza, la carenza di virilità dell’obiettore. E dal momento che, secondo tale concezione, Dio e patria formavano un binomio inscindibile, la debolezza del sentimento patrio di chi rifiutava la divisa dava anche la misura della sua distanza da Dio. Solo per avere un’idea più precisa di quello di cui si sta parlando, riporto un breve campionario di frasi:

«No all’obiezione di coscienza! gli invertiti obiettano. gli uomini combattono. la società si cambia lottando».

«Non fanno la guerra non fanno l’amore fanno soltanto schifo! La cosiddetta “obiezione di coscienza” è il rifugio dei senza coscienza, dei senza patria…e chi non ha né coscienza né patria è anche un senza Dio!».

«La legge [sull’obiezione di coscienza] non sarebbe stata accettabile nemmeno se avesse dichiarato che la anormalità veniva moralmente condannata e che si voleva trovare il modo per curare questi invertiti. […] Noi non consideriamo meno civili gli italiani perché condannano l’omosessualità che altri popoli accettano e praticano».

Le prime due frasi si trovavano scritte su volantini appartenenti a organizzazioni di estrema destra. La terza pronunciata dai banchi del Parlamento nel dicembre del 1972, durante la discussione della legge.

Incuranti di queste critiche, dal Sessantotto in avanti gli obiettori avrebbero ulteriormente radicalizzato le loro posizioni: la loro scelta perdeva così quasi completamente i legami residui con la dimensione individuale per diventare un fatto collettivo di opposizione al sistema borghese dominante, all’interno del quale le forze armate, lungi dal proteggere la patria da nemici esterni, svolgevano soltanto un ruolo di repressione del dissenso interno.

 

La legge del 1972

Il varo della legge del 1972, che prevedeva lo svolgimento di un servizio civile sostitutivo della durata di venti mesi (i dodici della leva più altri otto aggiuntivi) presso enti convenzionati, non produsse particolari stravolgimenti: chi aveva temuto o sperato, a seconda dei punti di vista, che essa avrebbe aperto le porte a una fuga di massa dei giovani dall’esercito dovette ricredersi. Ovviamente i numeri degli obiettori aumentarono, ma si fermarono a poche migliaia, cifre che non potevano mettere in crisi gli assetti della leva obbligatoria. Peraltro il testo della legge, molto contestato dalle organizzazioni pacifiste e nonviolente, lasciava il controllo della materia nelle competenze del ministero della Difesa, e dunque di fatto nelle mani dei militari; ciò non facilitò né l’informazione alle giovani reclute sulla possibilità di fare questa scelta, né tantomeno un iter spedito per le domande presentate, sicché i tempi complessivi dal momento della presentazione della domanda alla sua accettazione potevano dilatarsi anche a un paio di anni a cui dovevano essere sommati i venti mesi del servizio: per i giovani che sceglievano comunque questa strada impervia, tutto questo si traduceva in un ingresso nel mondo del lavoro ritardato di diversi anni rispetto a chi svolgeva il servizio di leva, e naturalmente non tutti potevano permetterselo.

La legge era senz’altro frutto dell’impegno costante di diversi soggetti politici – tra cui uno dei più attivi a partire dagli anni Sessanta fu il partito radicale – e della pressione di molti frammenti della società civile; ma la sua approvazione non sarebbe stata possibile senza un compromesso tra le due principali culture di massa, quella cattolica e quella marxista. Rispetto ai tempi epici dei primi obiettori il clima culturale e politico era profondamente mutato e si era registrato il superamento di molte delle resistenze e delle diffidenze che avevano animato l’atteggiamento delle gerarchie cattoliche e del Partito comunista rispetto all’obiezione di coscienza.

 

Che patria difendere?

In seguito, tra tutti gli enti, pubblici e privati che stipularono la convenzione col ministero della Difesa per impiegare giovani obiettori, la parte del leone la fecero la Caritas e l’Arci – organizzazioni legate rispettivamente alla Chiesa cattolica e al Partito comunista – che, soprattutto a partire dagli anni Ottanta e per tutto il decennio successivo, assorbirono migliaia di giovani destinandoli a servizi in favore degli strati più marginali e meno protetti della società. Il loro impegno dava così sostanza concreta e tangibile alla rilettura dell’idea di Patria disegnata da don Milani e all’articolo 52 della Costituzione che sancisce il dovere per ogni cittadino di difendere la Patria: assolvere a quest’obbligo significava identificare la patria da difendere non tanto con i confini, ma con i cittadini che vivevano al loro interno, in particolare con i più deboli e i più bisognosi.

 

Febbraio 2026
Immagine: soldati italiani schierati nel cortile di Palazzo Ducale a Venezia.

 

Bibliografia essenziale

Bruna Bocchini Camaiani, Ernesto Balducci. La Chiesa e la modernità, Laterza, Roma-Bari 2002.

Marco Labbate, Un’altra patria. L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana, Pacini, Pisa 2020.

Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni: nonviolenza e antimilitarismo nell'Italia del Novecento, Donzelli, Roma 2006.

Daniele Menozzi, Chiesa pace e guerra nel Novecento: verso una delegittimazione religiosa dei conflitti, Il Mulino, Bologna 2008.

Renato Moro, Guerra e pace nell’Italia del Novecento. Politica estera, cultura politica e correnti dell’opinione pubblica, Il Mulino, Bologna 2008.

Tu non uccidere: Mazzolari e il pacifismo del Novecento, a cura di Paolo Trionfini, Morcelliana, Brescia 2009.

Giorgio Vecchio, Pacifisti e obiettori nell’Italia di De Gasperi, 1948-1953, Studium, Roma 1993.

Rodolfo Venditti, L’obiezione di coscienza al servizio militare, Giuffrè, Milano 1981.

 

Per approfondire

L’articolo 52 della Costituzione, stabilisce che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino» e che «Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge». In Italia il servizio militare di leva non è stato abolito, ma sospeso dalla legge 23 agosto 2004, n. 226 (vedi anche Cronologia), che ha trasformato l’istituto da ordinario a straordinario (torna a essere operativo solo in determinate circostanze). Di conseguenza è stato sospeso anche l’obbligo di servizio civile alternativo per gli obiettori di coscienza.

Nel 2022 è ricorso il cinquantesimo anniversario della legge sull’obiezione di coscienza; sul contesto in cui è stato (molto poco) celebrato si può vedere l’articolo di Amoreno Martellini, Il cinismo della storia. Il cinquantesimo anniversario della legge sull’obiezione di coscienza e il dibattito parlamentare sulle spese militari, «Storia e problemi contemporanei», 87, 2021, pp. 160-173.

Per approfondire questi temi, e una messa a punto dei concetti di antimilitarismo, pacifismo, nonviolenza, disobbedienza, si può cominciare proprio dal volume di Martellini, Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell’Italia del Novecento, prefazione di Goffredo Fofi, Donzelli, Roma 2006 (dove si troveranno indicazioni precise dei vari documenti citati). La citazione dal documento conciliare proviene dalla «costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo» Gaudium et spes (§79. Il dovere di mitigare l’inumanità della guerra); il testo è disponibile sul sito del Vaticano.
Il titolo del libro richiama il celebre slogan «Mettete dei fiori nei vostri cannoni», nato come ritornello della canzone Proposta, che il gruppo I Giganti cantò al Festival di Sanremo del 1967. Le canzoni possono essere uno spunto didattico efficace per discutere, analizzare e contestualizzare questi temi; suggerimenti sono contenuti nello stesso libro di Martellini (si vedano le pagine dedicate a La pace da consumare: le colonne sonore del pacifismo e l’industria discografica, pp. 175-183), a cui si può affiancare, sempre di Martellini, il capitolo «Chitarre contro la guerra». L’antimilitarismo, in Stefano Pivato, Bella ciao. Canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 249-258. Al canto sociale e alla canzone d’autore del contesto italiano, si affiancheranno le canzoni che vennero dagli Stati Uniti, dal movimento di contestazione della guerra in Vietnam (a partire da quelle di Bob Dylan e Joan Baez). Un vasto repertorio è disponibile online sul sito Canzoni contro la guerra.

Sulla figura di Aldo Capitini si può partire dalla voce a lui dedicata nel Dizionario biografico degli italiani, firmata da Pietro Craveri nel 1975 e ora disponibile online; e dal contributo di Carlo Altini in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Filosofia, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2012, pure disponibile online.

Alcune lettere di Pietro Pinna ad Aldo Capitini sono state pubblicate all’indomani della morte del «primo obiettore di coscienza italiano» (aprile 2016) a cura di Marco Labbate sul sito del Centro Studi Sereno Regis di Torino, che è un punto di riferimento per gli studi sulla nonviolenza in Italia.

Don Milani scrisse e pubblicò in proprio la sua Lettera ai cappellani militari che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965, in replica al comunicato stampa di un gruppo di cappellani militari toscani in congedo, apparso sul quotidiano «La Nazione», il 12 febbraio 1965. Il testo è facilmente reperibile in rete, e si può leggere ora in Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, edizione diretta da Alberto Melloni, a cura di Federico Ruozzi, e di Anna Carfora, Valentina Oldano, Sergio Tanzarella, Mondadori, Milano 2017, pp. 929-937 (seguita dalla Lettera ai giudici, pp. 939-961; Milani la scrisse perché, per ragioni di salute, non poté presentarsi al processo; il procedimento si chiuse all’inizio del 1966 con la piena assoluzione).

 

Cronologia essenziale

1948 Il 1° gennaio entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. L’articolo 11 stabilisce che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». L’articolo 52 sancisce che: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l'esercizio dei diritti politici».

La ferma di leva sarà, fino al 1975, di 15 mesi per Esercito/Aeronautica e 24 mesi per la Marina (sino al 1975).

1972 Varo della legge 15 dicembre 1972, n. 772 (legge «Marcora», dal nome del promotore e relatore Giovanni Marcora, allora senatore della Democrazia cristiana, già partigiano durante la Resistenza): è riconosciuta la possibilità dell'obiezione e del servizio civile sostitutivo per motivi morali, religiosi e filosofici. L’obiettore deve farne domanda, per essere ammesso allo svolgimento di un servizio civile disarmato.

La legge è molto restrittiva e punitiva: la gestione del servizio civile resta nelle mani del Ministero della Difesa, che rende le procedure della commissione giudicante (che non ammette motivazioni politiche, ma solo etiche) lunghe e opache; chi sceglie il servizio civile ha una ferma più lunga di otto mesi.

1973 Nasce la Lega Obiettori di Coscienza (LOC), per la difesa dei diritti di chi sceglie l’obiezione di coscienza, conculcati dal ritardo con cui vengono varate le norme attuative delle leggi, dal respingimento di molte domande, da procedure fatte per scoraggiare la scelta. Le modalità di svolgimento del servizio civile si organizzano «dal basso».

1985-1986 Due sentenze della Corte costituzionale riconoscono la pari dignità tra il servizio militare e il servizio civile (soddisfano allo stesso modo il dovere di difesa della patria sancito dalla Costituzione; 1985); l’obiettore in servizio non è assoggettabile alla giurisdizione militare, ma solo a quella ordinaria (l’obiettore ammesso al servizio civile non ha lo status di militare; 1986).

1989 La Corte costituzionale dichiara incostituzionale la maggiore durata (otto mesi in più) del servizio civile rispetto al servizio militare; pertanto dall’estate del 1989 il servizio civile dura quanto il servizio militare (ormai ridotto a 12 mesi per tutte le armi, e nel 1997 ulteriormente ridotto a 10 mesi).

1998 Approvata la legge 8 luglio 1998, n. 230: «Nuove norme in materia di obiezione di coscienza», che sancisce il pieno riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza. La gestione del servizio civile sostitutivo passa all’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.

2000 La legge 14 novembre 2000, n. 331 «Norme per l’istituzione del Servizio Militare professionale», introduce la leva volontaria e professionale. La leva obbligatoria va esaurendosi, e così il servizio civile alternativo.

2004 La legge 23 agosto 2004, n. 226 stabilisce la «Sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva», fissata al 1° gennaio 2005.

 

L’autore

Amoreno Martellini insegna Storia contemporanea, Storia delle migrazioni e Storia culturale all’Università di Urbino Carlo Bo. Tra i suoi interessi di ricerca ci sono la storia del pacifismo, della nonviolenza e dell’obiezione di coscienza in Italia, e la storia delle migrazioni. Sul primo tema ha pubblicato, tra l’altro: Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell'Italia del Novecento (prefazione di Goffredo Fofi; Donzelli, Roma 2006) e Morire di Pace. L’eccidio di Kindu nell’Italia del «miracolo» (Il Mulino, Bologna 2017). Sul tema delle migrazioni si ricordano gli ultimi titoli: Abasso di un firmamento sconosciuto. Un secolo di emigrazione italiana nelle fonti autonarrative (Il Mulino, 2018); e il recentissimo Annibale alle porte. L’attentato di Fiumicino nel 1985 e la costruzione dello stereotipo dell’immigrato-terrorista (Il Mulino, 2025), di cui abbiamo parlato anche in questo spazio online.