L'aggettivo caduco è usato in botanica e in zoologia per indicare organi destinati a cadere (fiori, foglie, corna, denti). Dall'ambito scientifico la parola è passata nel linguaggio non specialistico per esprimere la labilita e la fragilita delle cose umane: gloria caduca; beni mondani caduchi. In questa accezione laggettivo ricorre in contesti di tono elevato e ha molti sinonimi, alcuni appartenenti allo stesso registro (effimero, fugace, labile), altri di sapore più marcatamente letterario (perituro, transeunte), altri di uso più comune (fuggevole, momentaneo, passeggero, precario, transitorio).
Chi adopera una parola del lessico colto come caduco deve conoscerne anche l'accentazione: la pronuncia corretta è cadùco, con l'accento sulla penultima sillaba, come nella corrispondente voce latina cadūcus. L'errata pronuncia caduco, con ritrazione dell'accento sulla terzultima sillaba, è dovuta alla tendenza a far risalire l'accento verso l'inizio della parola in voci poco comuni.
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Questioni di stile
La rubrica di "pronto soccorso linguistico" del Nuovo Devoto-Oli
L’uso transitivo di verbi intransitivi è possibile? Qual è il femminile di notaio?
Con la rubrica di "pronto soccorso linguistico" del Nuovo Devoto-Oli Questioni di stile trovi sempre le parole giuste a seconda del contesto, grazie a consigli pratici e concreti!
La rubrica affronta argomenti e problemi lessicali, semantici o stilistici, come l'uso del superlativo in -errimo (acerrimo, celeberrimo, integerrimo, ecc.), l'impiego della d eufonica (ad, ed), le differenze tra sinonimi (per es. tra anziano e vecchio, tra aspettare e attendere, tra cadere e cascare), le gradazioni di significato (gelato, freddo, fresco, tiepido, caldo, bollente), la posizione degli aggettivi (un alto ufficiale e un ufficiale alto non vogliono dire la stessa cosa) o degli avverbi (Carlo sta ridendo stranamente ha un significato molto diverso da stranamente, Carlo sta ridendo), le alternative tra varianti (familiare o famigliare, obiettivo o obbiettivo), la formazione del femminile per i nomi che indicano professioni (architetto, avvocato, ecc.), cariche politiche (ministro, sindaco, ecc.) o ruoli militari (colonnello, generale, ecc.), l'uso di un verbo transitivo con un pronome atono con valore intensivo (mi guardo un bel film), ecc.
Scopriamone insieme una selezione!
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Caduco
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Disfare
I composti di fare (assuefare, contraffare, disfare, liquefare, ritare, soddisfare, sopraffare, stupefare, ecc.) si coniugano come il verbo semplice. Tuttavia disfare, accanto alle voci che seguono la coniugazione di fare, ha sviluppato anche alcune forme autonome rifatte sulla coniugazione dei verbi regolari in -are: indicativo presente (io) disfaccio (non com. disfò) / dìsto, (tu) disfai / disfi, ecc.; futuro (io) disfarò / disferò, (tu) disfarài | disferài, ecc.; congiuntivo presente (io, tu, lui) disfaccia / disfi, ecc.; condizionale presente (io) disfarèi / disferèi, (tu) disfarésti | disferésti, ecc. Le forme
"regolarizzate" sono oggi le più comuni. Negli altri tempi e modi disfare si adegua al paradigma di fare: per es., all'imperfetto indicativo si ha (io) disfacevo e non *disfavo, all'imperfetto congiuntivo (io)
disfacéssi e non *disfassi, al gerundio disfacendo e non *disfando. -
Piuttosto
La locuzione piuttosto che indica normalmente una preferenza tra due possibili alternative ed equivale ad "anziché": rimango a casa piuttosto che uscire con loro. Molto diffuso è oggi l'impiego di piuttosto che con valore disgiuntivo per esprimere un'alternativa equivalente in luogo di "o", "oppure": a pranzo mangio un primo piuttosto che un secondo, nel senso di "mangio un primo o un secondo", indifferentemente l'uno o l'altro. Si tratta di un uso che ha avuto origine nel Nord Italia e che viene percepito come negativo dalla coscienza linguistica di numerosi parlanti: piuttosto che occupa il quarto posto in una classifica delle "parole da buttare" stilata nel 2003 dai lettori dell'inserto domenicale del
"Sole-24 ore" (le altre tre espressioni in testa alla classitica sono quant altro, assolutamente, un attimino). In effetti l'uso di piuttosto che per "oppure" è non soltanto improprio, ma anche ambiguo: una frase come la precedente, a pranzo mangio un primo piuttosto che un secondo, può essere infatti interpretata in modo completamente diverso, vale a dire "preferisco mangiare un primo anziché un secondo".
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Perduto
Il verbo perdere ha due participi passati: perso e perduto. La forma perso, in origine meno frequente, ha progressivamente guadagnato terreno e appare oggi destinata a sopravanzare quella concorrente perduto, che tuttavia è ancora molto diffusa. In numerosi casi i due participi sono intercambiabili: ho perso | perduto le chiavi; abbiamo perso | perduto la guerra; hai perso | perduto molto tempo; è stata un'occasione persa | perduta; si senti perso / perduto. In altri casi è esclusiva la forma perso: è l'avvocato delle cause perse; non sforzarti di convincerlo, è tutto tempo perso; mi piace dipingere a tempo perso; perso per perso voglio fare un ultimo tentativo. In un numero minore di contesti l'uso richiede soltanto la forma perduto: abbiamo dovuto versare una somma a fondo perduto; in titoli di opere letterarie e cinematografiche, che sono traduzioni da altre lingue: il Paradiso perduto (1667) di John Milton; Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927) di Marcel Proust; I predatori dell'arca perduta (1981), film diretto da Steven Spielberg.
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Bensì
La congiunzione bensì ha valore avversativo e si usa in contrapposizione a un'espressione negativa precedente per introdurre un dato alternativo che annulla il primo elemento: non partirò venerdì, bensì sabato. In questo caso bensì può essere sostituito da ma (non partirò venerdì, ma sabato) o può essere rafforzato da ma (non partirò venerdì, ma bensì sabato). Tuttavia non sempre ma e bensì sono sovrapponibili: la congiunzione ma può anche essere usata per introdurre una circostanza che limita la validità di quanto detto in precedenza, senza però annullarla: Claudio è bravo, ma è molto pigro (non possiamo dire *Claudio è bravo, bensì è molto pigro). La differenza tra bensì e ma non si limita all'aspetto semantico, ma riguarda anche l'aspetto sintattico: bensì, diversamente da ma, si può usare soltanto quando i soggetti della reggente e della coordinata coincidano; è errata una frase come *il film non mi è piaciuto, bensì la sua trama era avvincente (bensì va qui sostituito da ma, tuttavia, però, nondimeno).
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Assolutamente
L'avverbio assolutamente è usato con valore rafforzativo in frasi sia positive che negative: devi assolutamente convincerlo; non voglio assolutamente vederlo. Inoltre, è spesso adoperato nelle risposte in unione con sì o no per rendere più perentoria e categorica l'affermazione o la negazione: "Sei d'accordo?" "Assolutamente sì! | Assolutamente no!". Accanto a questi costrutti si è andato sempre più diffondendo, soprattutto nella lingua parlata, l'uso dell'avverbio da solo, come risposta, con valore affermativo o negativo a seconda del contesto: alla domanda "Ti piace?", la risposta "Assolutamente!" può essere interpretata sia come "Assolutamente sì!" sia come "Assolutamente no!", dato che assolutamente non ha di per sé un significato positivo o negativo. Molte volte il contesto o, nel parlato, l'intonazione e la gestualità consentono di disambiguare il senso. Tuttavia, per non lasciare l'interlocutore nel dubbio e fargli capire se abbiamo espresso pieno accordo o totale disaccordo sarà bene accompagnare l'avverbio con un sì o con un no oppure sopprimere del tutto l'abusato avverbio e limitarsi a dire sì o no.
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Signorina
La domanda "Scusi, signora o signorina?", comunissima fino a non molti anni fa, oggi è diventata rara. L'italiano dispone di titoli differenziati per la donna sposata (signora) e per quella non sposata (signorina), mentre ha un titolo unico per l'uomo (signore). Questa asimmetria riflette una visione della società in cui la donna veniva identificata in base al suo rapporto socialmente codificato con l'uomo. Oggi l'appellativo signorina come titolo per una donna non sposata è percepito come discriminatorio ed è perciò caduto in disuso.
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Giovedì
Davanti al nome di un giorno della settimana la presenza o l'assenza dell'articolo determinativo comporta un cambiamento di significato. La frase giovedì vado in piscina significa che il giovedì successivo andrò in piscina; quindi giovedì equivale a "giovedì prossimo". La stessa frase con l'articolo, il giovedì vado in piscina, vuol dire che ho l'abitudine di andare in piscina tutti i giovedì; quindi il giovedì equivale a "ogni giovedì". Per indicare un fatto che si ripete sistematicamente in uno stesso giorno della settimana, si può anche premettere al nome la preposizione di (di giovedì vado in piscina) o, in usi più colloquiali, la preposizione articolata al (al giovedì vado in piscina).
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Ampio
L'aggettivo ampio ha due forme di superlativo assoluto: una latineggiante, amplissimo, più frequente nell'uso, e una regolare, ampissimo, meno comune. Per spiegare l'esistenza dei due superlativi bisogna ripercorrere la storia dell'aggettivo latino amplus, che ha dato in italiano due voci: la prima, ampio, ci è giunta oralmente, trasmessa di generazione in generazione, e presenta la trasformazione del nesso latino -pl- in /pj/; la seconda, amplo, è stata ripresa dai testi scritti in latino e conserva intatto il nesso latino -pl-.
Dall'aggettivo ampio, che appartiene al lessico fondamentale dell'italiano, si è formato il superlativo ampissimo; dalla parola dotta amplo, che è scomparsa dall'uso e sopravvive soltanto nella lingua letteraria, si è formato il superlativo amplissimo.
Quest'ultimo è riuscito a prevalere senza tuttavia scalzare completamente il tipo concorrente. A favorire l'affermazione del superlativo latineggiante ha contribuito la presenza di vocaboli dotti come ampliare (dal latino ampliāre) e amplificare (dal latino amplificāre) che, al pari di amplo, mantengono il nesso -pl- della base latina.
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Vece
Il sostantivo vece si usa al plurale nell'espressione fare le veci di qualcuno "esercitarne provvisoriamente le funzioni" o al singolare nella locuzione preposizionale in vece di "al posto di", che si scrive per lo più in grafia unita (invece di), tranne quando in vece sia accompagnato da un aggettivo possessivo concordato al femminile; in questo caso l'aggettivo possessivo può essere posposto al nome o inserito tra la preposizione in e il nome: in vece mia, tua, sua (o in mia, tua, sua vece); meno frequente è l'uso con i possessivi delle tre persone plurali: in vece nostra, vostra, loro (o in nostra, vostra, loro vece) per i più comuni invece di noi, di voi, di loro.
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Avvocata
Per i nomi che indicano professioni in passato praticate soltanto dagli uomini, la formazione del femminile è soggetta a oscillazioni, connesse ai profondi mutamenti che in tempi più o meno recenti sono avvenuti nella vita sociale e culturale nel nostro Paese. Nel caso di avvocato le alternative sono tre: avvocata, forma impeccabile dal punto di vista della norma grammaticale, in base alla quale i nomi che al maschile terminano in -o prendono al femminile la desinenza -a; avvocatessa, forma costruita con il suffisso -essa, che ha talvolta una connotazione scherzosa, ironica o spregiativa; il maschile avvocato, usato anche con riferimento a donne (l'avvocato Giulia Bianchi) e interpretato come un
"neutro di professione", che sottolinea la funzione svolta indipendentemente dal sesso di chi la esercita.
In ambito giuridico il maschile è molto frequente, soprattutto in locuzioni ormai consolidate come avvocato fiscale o avvocato d'ufficio. Il femminile avvocata è ancora piuttosto raro, a differenza di altri femminili professionali, come ministra o sindaca, che oggi stanno guadagnando terreno e cominciano a essere percepiti come normali per la crescente presenza delle donne in ruoli tradizionalmente maschili e per la sempre maggiore sensibilità verso un uso del linguaggio non discriminante nei confronti delle donne.
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Ed/Ad
Le forme ad/ed presentano la cosiddetta d eufonica, che serve a evitare l'incontro tra le vocali a (preposizione), e (congiunzione) e la vocale iniziale della parola successiva, in modo da creare una più gradevole alternanza di suoni secondo lo schema "vocale + consonante + vocale". L'uso della d eufonica è in genere limitato ai casi di incontro con la stessa vocale, cioè ai casi in cui la preposizione a e la congiunzione e precedano parole che iniziano per a o e: vado ad Ancona; ed era stanco.
La variante eufonica ad si trova anche davanti a vocale diversa da a in alcune espressioni ormai consolidate dall'uso: ad esempio; fino ad ora, ad eccezione di; ad ogni buon conto. Talvolta una locuzione in cui è impiegata la d eufonica può essere scritta in grafia unita e dare così origine a una parola: per es. l'avverbio adagio "piano, lentamente" deriva dalla locuzione ad agio, cioè "con comodità".
La variante ed si può trovare anche davanti a vocale diversa da e (tu ed io; ed ora che facciamo?), ma si tratta di un uso sempre meno comune. Del resto già il Manzoni, nell'edizione definitiva dei "Promessi Sposi", aveva eliminato la d eufonica in modo quasi generale, tranne che davanti alla medesima vocale.