Parole minate

La rubrica di "pronto soccorso linguistico" del Nuovo Devoto-Oli

Come si pronuncia la parola egida? Si scrive un acme o un’acme? La rubrica di "pronto soccorso linguistico" del Nuovo Devoto-Oli Parole minate ti permette di esercitare l’arte del bel parlare e dello scrivere bene, evitando gli errori più diffusi!

La rubrica tratta i principali dubbi linguistici che può incontrare anche una persona colta nell'uso della lingua e spiega i motivi che sono all'origine degli errori.

I dubbi possono riguardare la pronuncia e in particolare la collocazione dell'accento tonico (amàca e non àmaca, leccornìa e non leccòrnia, persuadére e non persuàdere), l'uso delle consonanti semplici o doppie (accelerare e non accellerare, avallo e non avvallo, esterrefatto e non esterefatto), fenomeni di caduta e scambio di suoni (aeroporto e non areoporto, meteorologia e non metereologia), l'impiego della i (coscienza e non coscenza, conoscenza e non conoscienza), l'indicazione dell'accento grafico ( presente indicativo del verbo dare distinto dalla preposizione da), l'indicazione dell'apostrofo (un po' e non un pò, qual è e non qual'è), le forme verbali (desse, stesse e non dasse, stasse), le forme plurali (le specie e non le speci), le reggenze (inerente al e non inerente il), ecc.


Scopriamone insieme una selezione!

Parole minate: scopri i suggerimenti!


 
  • Blu

    L'accento grafico si segna sui monosillabi che rischiano di confondersi con parole omografe (per es. , presente indicativo di dare, distinto dalla preposizione da) e sui monosillabi che senza accento si leggerebbero in modo diverso (per es. ciò, già, giù, più, può). L'aggettivo e sostantivo blu appartiene alla schiera dei monosillabi su cui l'accento grafico non deve essere indicato (come per es. no, qua, qui, re, su, tre). Chi scrive * blù mette erroneamente l'accento sulla u per analogia con la grafia di monosillabi come giù e più, sui quali l'accento si segna perché altrimenti leggeremmo gìu e pìu. La parola blu va invece accentata quando si trova in unione con altre parole: autoblù (accanto alla grafia separata auto blu), barbablù, gialloblù, rossoblù.

  • Conoscenza

    Molti errori ortografici riguardano l'inserzione o l'eliminazione di una i all'interno di una parola. A volte è normale avere delle incertezze sul modo di scrivere un vocabolo, anche perché in italiano a una stessa pronuncia possono corrispondere grafie diverse.
    Così nei termini conoscenza e scienza pronunciamo
    -sce- e -scie-allo stesso modo: il suono è identico, ma in un caso scriviamo la parola senza i, nell'altro con la i. Chi scrive *conoscienza inserisce erroneamente una i tra il digramma sc e la vocale e per analogia con forme come coscienza e scienza, nelle quali la i è un'eredità della grafia latina (conscientia, scientia). Ma, a differenza di coscienza e scienza, la parola conoscenza deriva da una base latina senza i (cognoscentia).

  • Usciere

    Il sostantivo maschile usciere deriva da uscio, con l'aggiunta del suffisso -iere, usato per indicare attività professionali. Proprio per conservare l'integrità del suffisso, usciere si scrive comunemente con la i, nonostante la lettera i sia in questo caso un puro segno grafico, privo di qualsiasi valore fonetico: se in una parola come uscio la i serve a indicare una pronuncia "dolce" o palatale di sc davanti alla vocale o (senza la ileggeremmo
    *usco), in usciere la vocale e garantisce da sola il suono palatale di sc (come in scena) e anche senza la i la pronuncia sarebbe la stessa. Rara è la variante uscere, aderente alla pronuncia ma meno conforme alla morfologia: se dal punto di vista fonetico non c'è nessuna differenza tra usciere e uscere, dal punto di vista morfologico la soppressione della i comporta la perdita di una parte del suffisso.

  • Amaca

    Il sostantivo femminile amaca indica una specie di letto pensile, sospeso per le estremità a due sostegni, originario dei paesi tropicali. La parola è entrata in italiano nel Cinquecento e deriva da una voce caribica, che è giunta nella nostra lingua attraverso lo spagnolo hamaca. Il sostantivo si pronuncia con l'accento sulla penultima sillaba (amàca), in quanto ricalca l'accentazione piana della base spagnola. L'errata pronuncia àmaca, con ritrazione dell'accento sulla terzultima sillaba, è dovuta alla tendenza a far risalire l'accento verso l'inizio della parola in voci non molto comuni.

  • Capo

    Le parole composte con capo + nome presentano numerose oscillazioni nella formazione del plurale. Si possono distinguere tre casi: 1) se capo si riferisce a una persona che è a capo di qualcosa, si mette al plurale il primo elemento (cioè, appunto, capo): il capolistai capilista, il capostazioneі capistazione; nei nomi femminili il plurale resta invariato: la capolistale capolista, la capostazionele capostazione; 2) se capo si riferisce a una persona che è a capo di qualcuno, si mette al plurale il secondo elemento: il capomacchinista i capomacchinisti; ma alcune parole possono avere un doppio plurale (uno con la flessione del secondo elemento e laltro con la flessione di entrambi gli elementi): il capocuoco i capocuochi / i capicuochi; il caporedattorei caporedattori / i capiredattori. Nei nomi femminili si mette al plurale il secondo elemento: la capomacchinistale capomacchiniste, la caporedattricele caporedattrici; 3) se capo indica eccellenza, preminenza o si riferisce alla parte iniziale di qualcosa, si mette al plurale il secondo elemento: il capolavoroi capolavori, il capoluogoi capoluoghi, il capodannoi capodanni, il capoversoi capoversi; ma capolinea ha un doppio plurale (uno invariato e l'altro, meno frequente, con la flessione del primo elemento): i
    capolinea/i capilinea.

  • Designare

    Secondo la norma tradizionale i verbi che terminano in -gnare conservano la i della desinenza -iamo nella prima persona plurale del presente indicativo e congiuntivo: (noi) designiamo; analogamente mantengono la i della desinenza -iate nella seconda persona plurale del presente congiuntivo: (voi)
    designiate, distinto da (voi) designate, seconda persona plurale del presente indicativo. 

  • Innocuo

    Alcuni dubbi riguardanti l'ortografia possono derivare da una non perfetta corrispondenza tra il sistema fonologico e il sistema grafico della nostra lingua. Ad esempio, lo stesso suono /kw/ viene rappresentato con grafemi diversi in cuore e in quota: la pronuncia della prima sillaba è identica, ma ragioni storiche impongono di scrivere cu nel primo caso (cuore deriva dal latino cor) e qu nel secondo (quota è tratto dal latino quotus 'quanto'). L'aggettivo innocuo è una voce dotta proveniente dal latino innocuus e quindi va scritto con la c.

  • Ventitré

    L'ortografia italiana prevede l'obbligo di segnare l'accento grafico sui polisillabi tronchi, cioè sulle parole di due o più sillabe che abbiano l'accento sulla vocale dell'ultima sillaba. Questa regola vale anche nel caso in cui i polisillabi siano composti di monosillabi che rifiutano l'accento grafico; quindi, nonostante si scriva tre senza accento perché non esiste il rischio che il numerale possa confondersi con una parola omografa, bisogna scrivere ventitré con l'accento in quanto si tratta di un polisillabo tronco. L'accento deve essere in questo caso acuto perché la e finale è chiusa. Spesso si commette l'errore di scrivere *ventitrè con l'accento grave per analogia con la grafia di forme come è o cioè, in cui la vocale finale è aperta. La non corretta indicazione dell'accento acuto e dell'accento grave può dipendere anche dal fatto che la distinzione tra vocali chiuse e vocali aperte non è applicata uniformemente nelle varie regioni: un parlante milanese che scriva *ventitrè con l'accento grave non fa altro che riprodurre nella grafia la sua pronuncia regionale con e aperta finale. Di fronte a queste difficoltà alcuni scriventi si rifugiano nel cosiddetto "accento a barchetta", che confonde in un solo segno l'accento acuto e l'accento grave e non consente di distinguere il corretto timbro della vocale.

  • Biscia/bisce

    I sostantivi femminili in -scia hanno il plurale in -sce, senza la i: biscia bisce. Nella forma singolare biscia la i ha valore diacritico, cioè serve a segnalare la pronuncia "dolce" o palatale del gruppo sc davanti alla vocale a; senza la i leggeremmo bisca, che ha tutt'altro significato. Nella forma plurale bisce è sufficiente la sola e a garantire la pronuncia palatale di sc; la i quindi al plurale sarebbe superflua e per questo non si mantiene. La i va invece scritta quando è tonica perché in questo caso ha valore fonetico: la sciale scie.

  • Accelerare

    Il verbo accelerare deriva da una parola latina che ha alla base l'aggettivo celer "celere"; di conseguenza la grafia con due l, che pure è molto diffusa, non è corretta. L'errato raddoppiamento della I si deve probabilmente all'analogia con vocaboli che nel passaggio dal latino all'italiano presentano un rafforzamento consonantico. In forme erronee quali
    *accellero e *accelleri, con l'accento sulla terzultima sillaba, il raddoppiamento della l avviene dopo la sillaba tonica, come accade per es. in collera dal latino cholera; in forme erronee quali * accellerare e
    *accellerato, con l'accento sulla penultima sillaba, il raddoppiamento della l avviene prima della sillaba tonica, come accade per es. in pellegrino dal latino peregrinus.

  • Beneficenza

    Molti errori ortografici riguardano l'inserzione o l'eliminazione di una i all'interno di una parola. A volte è normale avere delle incertezze sul modo di scrivere un vocabolo, anche perché in italiano a una stessa pronuncia possono corrispondere grafie diverse.
    Così nei termini beneficenza e deficienza pronunciamo -ce -e -cie- allo stesso modo: il suono è identico, ma in un caso scriviamo la parola senza i, nell'altro con la i. Chi scrive *beneficienza inserisce erroneamente una i tra c e la vocale e per analogia con forme come deficienza ed efficienza, nelle quali la i è un'eredità della grafia latina (deficientia, efficientia). Ma, a differenza di deficienza ed efficienza, la parola beneficenza deriva da una base latina senza i (beneficentia).

  • Appropriato

    L'aggettivo appropriato ha una sequenza di due r in due sillabe consecutive. Nell'italiano popolare è diffusa la forma non corretta appropiato, con caduta della seconda r per dissimilazione dalla prima. Casi analoghi sono quelli di propio e impropio in luogo di proprio e improprio. Spesso nelle varietà linguistiche usate dalle fasce meno istruite della popolazione si tende a rendere più agevole la pronuncia, soprattutto attraverso la semplificazione di nessi consonantici difficili: si pensi a forme popolari come tennico per tecnico o pisicologo per psicologo.