COVID-19 e vaiolo: due storie diverse, un’unica morale

di Stefania Franco

Quella dei vaccini anti COVID-19 è una storia di cooperazione internazionale, ambientata in laboratori scientifici all’avanguardia. I protagonisti sono certamente gli scienziati, ma anche le istituzioni, senza le quali non sarebbe stato possibile ottenere investimenti milionari. I tempi sono rapidi e serrati: in meno di un anno tre case farmaceutiche hanno messo a punto due differenti tecnologie di immunizzazione. Del tutto diversa è la vicenda del primo vaccino della storia, quello contro il vaiolo. Il setting è decisamente più agreste: la parola vaccino ha a che fare con le vacche che sono tra i protagonisti della narrazione, insieme ad agricoltori e medici di campagna.

L’atto di nascita del primo vaccino viene fatto risalire al 1796, quando Edward Jenner, un medico di campagna, inoculò il virus del vaiolo bovino nel corpo un bambino di otto anni. Tuttavia, a volerla raccontare bene, questa storia ha inizio molto tempo prima. 

Già a partire dal X secolo i cinesi cominciarono a mettere in pratica le prime tecniche di immunizzazione dal vaiolo per mezzo della variolizzazione. Il procedimento consisteva nel somministrare a persone sane campioni di materiale infetto per via cutanea o per inalazione. A volte funzionava e il paziente se la cavava con un malessere passeggero, altre no. 

La variolizzazione era una pratica quantomeno repellente se si considera che occorreva prelevare il pus o le croste dalle piaghe dei malati; senza dubbio era rischiosa perché talvolta il paziente contraeva la malattia nella forma aggressiva. Se alcune persone decidevano comunque di assumersi questo rischio era a fronte dell’alto tasso di mortalità del vaiolo, che poteva arrivare fino al 90% nella forma più grave detta Variola maior. Il vaiolo, inoltre, provocava enormi sofferenze e i fortunati che sopravvivevano portavano per tutta la vita i segni della malattia sulla pelle. Questo è ciò che accadde a Lady Mary Wortley Montagu, una nobildonna inglese molto bella che rimase sfigurata. Mentre si trovava a Costantinopoli con il marito venne a sapere della variolizzazione e nel 1718 decise di sottoporvi suo figlio, che in effetti non si ammalò. Tornata in Inghilterra portò la notizia a corte e la pratica fu sperimentata su sei condannati a morte, che dopo essere stati variolizzati furono rinchiusi insieme ai cadaveri di alcuni morti di vaiolo. I sei prigionieri sopravvissero e ottennero la grazia e la variolizzazione cominciò a diffondersi presso le corti europee. Tuttavia, come abbiamo detto, questo metodo non era affatto sicuro.

Nel Settecento le epidemie di vaiolo erano piuttosto frequenti e tra il popolo era risaputo che le mungitrici erano meno soggette ad ammalarsi perché erano esposte al vaiolo bovino e una volta contratta la malattia dagli animali acquisivano l’immunità. L’idea di sperimentare la variolizzazione con il siero vaccino (di qui l’origine della parola) e non umano venne a Benjamin Jesty, un ricco agricoltore che dopo aver provato sulla sua pelle gli effetti della malattia decise di provare a immunizzare sua moglie e i suoi figli. L’esperimento ebbe successo, ma la pratica fu considerata repellente e contro natura. Sorte analoga toccò in Germania a Peter Plett, un insegnante privato che con la stessa tecnica immunizzò i tre figli del suo padrone. Plett inviò una relazione all’Università di Kiel, che lo ignorò completamente. 

Lo stesso Edward Jenner faticò non poco a far riconoscere la validità del suo metodo alla Royal Society, ma quando ciò fu evidente la vaccinazione cominciò a diffondersi e a dare i suoi risultati.

Nell’Ottocento gli stati europei erano molto più inclini a farsi la guerra che a collaborare, ma la guerra franco prussiana dimostrò in maniera evidente gli effetti della vaccinazione: durante l’epidemia di vaiolo del 1870 l’esercito tedesco, che aveva vaccinato metodicamente tutti i suoi soldati, contò “solo” 440 perdite per il vaiolo, a fronte delle 23.000 dell’esercito francese. 

Anche il Novecento di conflitti ne ha visti molti, ma ad un certo punto, nonostante si fosse in piena Guerra fredda, diversi Stati del mondo hanno deciso di convergere i loro sforzi verso massicce campagne di vaccinazione contro il vaiolo. Nel 1980 l’OMS ha potuto finalmente dichiarare che il vaiolo è stato definitivamente eradicato.

Le storie dei vaccini contro COVID-19 e contro il vaiolo sono molto diverse, ma hanno un punto in comune: il segreto del successo è la cooperazione.

 

 

Attività per l'Educazione Civica: Cooperative Learning