Beni usati e prezzi, mercato e condizione sociale tra Medioevo ed età moderna
Giacomo Todeschini, Seconda mano. Il valore delle cose fra Medioevo ed età moderna, Salerno Editrice, Roma 2025, 216 p. Scheda a cura di Simone Picchianti.
Lo storico medievista Giacomo Todeschini (1950) propone un’analisi originale dei meccanismi di formazione del valore economico nelle società dell’Europa occidentale tra Medioevo e prima età moderna, osservati attraverso la circolazione dei beni di seconda mano, i mercati dell’usato e le pratiche di credito. Una rilettura rigorosa – e una sintesi di grande efficacia didattica – della vita economica medievale, che mostra come prezzo, stima e mercato siano il risultato di negoziazioni sociali, politiche e istituzionali, e non l’esito di automatismi impersonali. Sul piano didattico, una guida alle categorie economiche del Medioevo occidentale e uno spunto per problematizzare concetti economici dati per scontati.
Valore e meccanismi di mercato
Il libro di Giacomo Todeschini interviene in un nodo centrale della storia economica medievale: la persistente tendenza storiografica a contrapporre un Medioevo “morale”, poco “razionale” e ostile al mercato, a una “modernità” caratterizzata da scambi impersonali e prezzi oggettivi. Partendo dal fatto che le società medievali erano profondamente gerarchiche, e l’accesso ai beni e alle forme dello scambio era strettamente connesso allo status prima ancora che alla ricchezza, Todeschini mostra come il valore non sia mai un dato neutro o impersonale, ma il prodotto di relazioni sociali, pratiche istituzionali e criteri di stima condivisi. Seconda mano rovescia questa opposizione scegliendo come osservatorio privilegiato non il grande commercio di lunga distanza, ma la circolazione minuta e quotidiana di beni di impiego comune, in particolare attraverso i mercati dell’usato e i circuiti del credito.
Questa scelta consente di osservare con particolare chiarezza come le società medievali costruissero il valore delle cose e lo traducessero in un prezzo, cioè in una quantità accettabile nello scambio. Il mercato emerge così non come un meccanismo automatico, ma come un’istituzione sociale e politica, fondata su pratiche di stima, negoziazione e reputazione.
Dal punto di vista didattico, l’attenzione alla “seconda mano” permette inoltre di problematizzare nozioni spesso date per scontate: stabilità del valore, trasparenza dei prezzi, separazione tra morale ed economia. Todeschini mostra come tali categorie siano storicamente situate e come, nel Medioevo, il funzionamento dei mercati si basi su equilibri più flessibili e negoziati.
Questa scelta consente di osservare con particolare chiarezza come le società medievali costruissero il valore delle cose e lo traducessero in un prezzo, cioè in una quantità accettabile nello scambio. Il mercato emerge così non come un meccanismo automatico, ma come un’istituzione sociale e politica, fondata su pratiche di stima, negoziazione e reputazione.
Dal punto di vista didattico, l’attenzione alla “seconda mano” permette inoltre di problematizzare nozioni spesso date per scontate: stabilità del valore, trasparenza dei prezzi, separazione tra morale ed economia. Todeschini mostra come tali categorie siano storicamente situate e come, nel Medioevo, il funzionamento dei mercati si basi su equilibri più flessibili e negoziati.
Professioni del riuso e costruzione del valore
Il primo capitolo colloca al centro dell’analisi le figure professionali (rigattieri, straccivendoli…) impegnate nel recupero e nella rimessa in circolazione dei beni, assumendole come osservatorio privilegiato per comprendere come il valore delle cose si costruisca socialmente, attraverso la circolazione di abiti, utensili, arredi domestici, beni mobili dati in pegno o provenienti da lasciti e liquidazioni patrimoniali. La “seconda mano” non è interpretata come una condizione residuale determinata dal semplice logorio materiale degli oggetti, ma come l’esito di interventi concreti operati da soggetti individuali e istituzionali, pubblici e privati, che definiscono, amministrano e rendono scambiabili beni nuovi e usati. In questa prospettiva, Todeschini connette la crescita dei mercati e l’intensificazione delle transazioni, a partire dal XII secolo, alla presenza strutturale di professionisti del recupero e del ripristino, capaci di attribuire valore economico a ciò che è consunto, danneggiato o espulso dai circuiti di uso primario.
Le “biografie” delle cose: allontanamento, deposito, ritrovamento
Uno dei contributi più originali del volume è l’attenzione alle “biografie” degli oggetti (capitoli secondo e terzo). Un bene diventa “di seconda mano” quando si allontana dal contesto di uso primario – familiare, domestico o corporativo – e viene reimmesso nella circolazione economica come merce rivendibile. Tra XII e XIV secolo questo processo si intensifica soprattutto nelle società urbane dell’Italia e dell’Europa occidentale, dove crescono i consumi e si moltiplicano i passaggi di mano.
L’allontanamento può avvenire attraverso canali diversi: lasciti testamentari, liquidazioni patrimoniali, donazioni a ospedali e confraternite, abbandono dei pochi beni da parte di poveri o malati senza eredi. In ciascuno di questi casi, gli oggetti perdono il loro valore originario, legato a uno specifico uso o status, ma non cessano di essere economicamente rilevanti. Al contrario, diventano disponibili a una nuova valutazione.
Un momento decisivo, spesso trascurato, è quello del deposito e del ritrovamento. Beni accantonati in magazzini, fondaci, camere dei pegni o botteghe vengono “riscoperti” e stimati in vista della rivendita. La localizzazione è tutt’altro che neutra: lo stesso oggetto cambia valore potenziale a seconda del luogo in cui è custodito e della reputazione attribuita agli spazi e agli attori che ne gestiscono la circolazione.
L’allontanamento può avvenire attraverso canali diversi: lasciti testamentari, liquidazioni patrimoniali, donazioni a ospedali e confraternite, abbandono dei pochi beni da parte di poveri o malati senza eredi. In ciascuno di questi casi, gli oggetti perdono il loro valore originario, legato a uno specifico uso o status, ma non cessano di essere economicamente rilevanti. Al contrario, diventano disponibili a una nuova valutazione.
Un momento decisivo, spesso trascurato, è quello del deposito e del ritrovamento. Beni accantonati in magazzini, fondaci, camere dei pegni o botteghe vengono “riscoperti” e stimati in vista della rivendita. La localizzazione è tutt’altro che neutra: lo stesso oggetto cambia valore potenziale a seconda del luogo in cui è custodito e della reputazione attribuita agli spazi e agli attori che ne gestiscono la circolazione.
Mercificazione e rivendita: come si forma il prezzo
Nei mercati della “seconda mano” il prezzo non è mai un dato fisso (capitoli quarto e quinto). Al contrario, è il risultato di una negoziazione esplicita, spesso conflittuale, che coinvolge competenze tecniche, reputazioni sociali, contesti istituzionali e aspettative degli attori coinvolti. Ogni oggetto è, per definizione, singolare: porta con sé una storia di usi, riparazioni, trasformazioni che lo rendono difficilmente comparabile ad altri beni.
Da qui l’importanza degli intermediari. Rigattieri, stimatori e banditori d’asta svolgono una funzione cruciale, perché rendono confrontabili beni che non lo sarebbero immediatamente. Il loro compito non è soltanto vendere, ma tradurre qualità materiali e possibilità d’uso in equivalenze economiche riconoscibili. Il mercato appare così come uno spazio di mediazione culturale, prima ancora che economico.
In questo quadro, la riflessione teologico-giuridica sul «giusto prezzo» non va letta come un tentativo di moralizzare o limitare il mercato, ma come una formalizzazione concettuale di problemi pratici. Il prezzo «comunemente ammesso» nasce da una stima condivisa, sempre contingente e storicamente situata.
Da qui l’importanza degli intermediari. Rigattieri, stimatori e banditori d’asta svolgono una funzione cruciale, perché rendono confrontabili beni che non lo sarebbero immediatamente. Il loro compito non è soltanto vendere, ma tradurre qualità materiali e possibilità d’uso in equivalenze economiche riconoscibili. Il mercato appare così come uno spazio di mediazione culturale, prima ancora che economico.
In questo quadro, la riflessione teologico-giuridica sul «giusto prezzo» non va letta come un tentativo di moralizzare o limitare il mercato, ma come una formalizzazione concettuale di problemi pratici. Il prezzo «comunemente ammesso» nasce da una stima condivisa, sempre contingente e storicamente situata.
Valore d’uso, valore di scambio e tempo
Un chiarimento concettuale importante riguarda il rapporto tra valore d’uso, valore di scambio e tempo (capitolo sesto). Nel caso dei beni di seconda mano, il tempo non agisce semplicemente come fattore di degrado. Un oggetto usato non vale meno in senso assoluto, ma perché la sua utilità deve essere reinterpretata e negoziata.
Le società medievali non concepiscono il valore in termini astratti, ma lo collegano a contesti d’uso concreti. Un abito o un utensile possono aver perso valore simbolico o statutario, ma conservare – o acquisire – un valore economico proprio grazie alla loro adattabilità a nuovi impieghi. Il tempo, lungi dall’annullare il valore, ne diventa una componente strutturale: usura – intesa come logorio materiale degli oggetti ma anche come nozione centrale nei discorsi sul credito –, riparazione e trasformazione entrano pienamente nel processo di stima.
Le società medievali non concepiscono il valore in termini astratti, ma lo collegano a contesti d’uso concreti. Un abito o un utensile possono aver perso valore simbolico o statutario, ma conservare – o acquisire – un valore economico proprio grazie alla loro adattabilità a nuovi impieghi. Il tempo, lungi dall’annullare il valore, ne diventa una componente strutturale: usura – intesa come logorio materiale degli oggetti ma anche come nozione centrale nei discorsi sul credito –, riparazione e trasformazione entrano pienamente nel processo di stima.
Pegno, asta pubblica e Monti di Pietà
Parlando del pegno, Todeschini chiarisce la continuità tra consumo, credito e seconda mano (capitoli quinto e sesto). Nel momento in cui un bene mobile diventa garanzia di un prestito, esso è già destinato a una possibile rivendita. Può essere venduto direttamente dal prestatore o liquidato tramite asta pubblica; dalla fine del Quattrocento, ciò avviene sempre più spesso attraverso i Monti di Pietà.
In questo contesto gli oggetti funzionano come vere e proprie “merci-denaro”: strumenti che consentono di verificare pragmaticamente il valore in un’economia in cui l’equivalenza tra moneta metallica, moneta di conto (ovvero l’unità di misura utilizzata per le registrazioni contabili) e credito non è mai scontata. Todeschini interpreta l’incanto come una vera e propria «liturgia» economica: una procedura collettiva che produce pubblicamente un valore condiviso e rende accettabile il prezzo risultante.
In questo contesto gli oggetti funzionano come vere e proprie “merci-denaro”: strumenti che consentono di verificare pragmaticamente il valore in un’economia in cui l’equivalenza tra moneta metallica, moneta di conto (ovvero l’unità di misura utilizzata per le registrazioni contabili) e credito non è mai scontata. Todeschini interpreta l’incanto come una vera e propria «liturgia» economica: una procedura collettiva che produce pubblicamente un valore condiviso e rende accettabile il prezzo risultante.
“Seconda mano” e “governo delle persone”
Come abbiamo già sottolineato sopra, l’analisi della circolazione dei beni di seconda mano è calata nel contesto di società gerarchiche, dove i consumi corrispondono a una condizione sociale prima ancora che alla disponibilità di ricchezza. Un aspetto messo in rilievo da Todeschini riguarda il nesso tra mercato dell’usato e gestione urbana della povertà (capitoli sesto e settimo). Ospedali, confraternite ed enti assistenziali non sono soltanto luoghi di carità, ma nodi essenziali nella regolazione della circolazione delle cose. I beni dei poveri, dei malati o dei defunti senza eredi vengono stimati, selezionati e spesso monetizzati. Il mercato della “seconda mano” consente così di attenuare l’esclusione materiale, offrendo accesso a beni altrimenti preclusi, ma al tempo stesso rende i poveri visibili e classificabili. La gestione degli oggetti diventa una forma indiretta di governo delle persone, nella quale valore economico e controllo sociale risultano strettamente intrecciati.
A questo proposito, un ulteriore livello di lettura, che il libro di Todeschini consente di sviluppare con particolare efficacia, riguarda il rapporto tra circolazione dei beni di seconda mano e costruzione delle gerarchie sociali (capitolo settimo). Gli oggetti non sono mai economicamente neutrali: il loro valore è inseparabile dal modo in cui contribuiscono a rendere visibili, legittime o contestabili le differenze di status. In questo senso, la seconda mano rappresenta un osservatorio privilegiato per cogliere le tensioni interne alle società urbane medievali.
Il riuso e la rivendita di abiti, utensili e arredi mettono infatti in crisi l’associazione tra oggetto e posizione sociale. Un bene che in origine segnava appartenenza a un determinato ceto può circolare verso il basso, essere adattato, trasformato e riutilizzato, rendendo meno leggibile il confine tra gruppi sociali. È proprio questa opacità a generare reazioni normative e morali: le legislazioni suntuarie, le restrizioni sull’abbigliamento e le regolamentazioni dei mercati mirano a ristabilire una corrispondenza ordinata tra valore delle cose e valore delle persone.
A questo proposito, un ulteriore livello di lettura, che il libro di Todeschini consente di sviluppare con particolare efficacia, riguarda il rapporto tra circolazione dei beni di seconda mano e costruzione delle gerarchie sociali (capitolo settimo). Gli oggetti non sono mai economicamente neutrali: il loro valore è inseparabile dal modo in cui contribuiscono a rendere visibili, legittime o contestabili le differenze di status. In questo senso, la seconda mano rappresenta un osservatorio privilegiato per cogliere le tensioni interne alle società urbane medievali.
Il riuso e la rivendita di abiti, utensili e arredi mettono infatti in crisi l’associazione tra oggetto e posizione sociale. Un bene che in origine segnava appartenenza a un determinato ceto può circolare verso il basso, essere adattato, trasformato e riutilizzato, rendendo meno leggibile il confine tra gruppi sociali. È proprio questa opacità a generare reazioni normative e morali: le legislazioni suntuarie, le restrizioni sull’abbigliamento e le regolamentazioni dei mercati mirano a ristabilire una corrispondenza ordinata tra valore delle cose e valore delle persone.
Un paradosso dell’economia urbana
Todeschini mostra come la “seconda mano” renda visibile un paradosso strutturale: da un lato, l’economia urbana ha bisogno della mobilità degli oggetti per sostenere i consumi e integrare strati sociali più ampi; dall’altro, tale mobilità produce un’instabilità simbolica che minaccia l’ordine gerarchico. Il controllo del mercato dell’usato diventa allora un terreno di intervento politico, nel quale si cerca di bilanciare inclusione economica e distinzione sociale. In questa prospettiva, la “seconda mano” non è soltanto un fenomeno economico, ma una pratica culturale che incide sulla percezione del decoro, della rispettabilità e della legittimità. La possibilità di “riqualificare” un oggetto usato – attraverso riparazioni, adattamenti o nuove combinazioni – apre spazi di azione e di scelta per soggetti socialmente subordinati, ma alimenta al tempo stesso sospetti di simulazione e frode. Ancora una volta, il linguaggio morale non si limita a condannare tali pratiche: contribuisce a definirne i limiti e a renderle socialmente riconoscibili.
Dal punto di vista storiografico, questo passaggio è cruciale perché consente di superare una lettura puramente economica del valore. Il prezzo non misura soltanto l’utilità materiale di un bene, né il suo costo di produzione, ma riflette il suo posizionamento all’interno di un sistema di segni sociali. La “seconda mano”, proprio perché collocata in una zona intermedia tra nuovo e vecchio, tra piena legittimità e sospetto, mette a nudo la dimensione profondamente sociale del valore e ne mostra la dipendenza da contesti, relazioni e aspettative condivise.
Dal punto di vista storiografico, questo passaggio è cruciale perché consente di superare una lettura puramente economica del valore. Il prezzo non misura soltanto l’utilità materiale di un bene, né il suo costo di produzione, ma riflette il suo posizionamento all’interno di un sistema di segni sociali. La “seconda mano”, proprio perché collocata in una zona intermedia tra nuovo e vecchio, tra piena legittimità e sospetto, mette a nudo la dimensione profondamente sociale del valore e ne mostra la dipendenza da contesti, relazioni e aspettative condivise.
“Seconda mano”, status e politica
La “seconda mano” è infine una storia di reputazioni e conflitti (siamo sempre nel capitolo settimo). La normativa e la predicazione morale raffigurano spesso rigattieri e mediatori come figure ambigue, accusate di manipolare i prezzi e di agire contro il bene comune. Questa rappresentazione non va letta come semplice descrizione della realtà, ma come indice della centralità economica e politica della rivendita.
Nella cultura giuridica medievale il valore delle cose non è separabile dalla qualità delle persone coinvolte nello scambio. Lo stesso oggetto può “valere” diversamente a seconda dei circuiti sociali attraversati e delle istituzioni che ne certificano la stima. In questo quadro si collocano anche i conflitti tra rivenditori cristiani e prestatori ebrei e, più tardi, la tendenza a confinare il commercio dell’usato in spazi socialmente e territorialmente definiti.
Nel complesso, Seconda mano offre una rilettura potente dell’economia medievale: non assenza di mercato, ma pluralità di criteri di valutazione in società che sono sommamente gerarchiche; non fissità dei prezzi, ma negoziazione; non opposizione tra morale ed economia, ma produzione di linguaggi che rendono praticabile e legittima la circolazione delle cose e il loro spostamento attraverso confini sociali regolati, in società organizzate per ceti. In questa prospettiva, il volume si colloca all’interno della storia economica e sociale medievale, facendo uso di una vasta tradizione di studi sulle pratiche di scambio, sul credito, sulla circolazione dei beni e sulla cultura materiale, senza separare l’analisi del valore dalle forme concrete della gerarchia sociale e delle istituzioni che ne regolano la definizione.
Febbraio 2026
Immagine: mercato in una miniatura del XV secolo.
Nella cultura giuridica medievale il valore delle cose non è separabile dalla qualità delle persone coinvolte nello scambio. Lo stesso oggetto può “valere” diversamente a seconda dei circuiti sociali attraversati e delle istituzioni che ne certificano la stima. In questo quadro si collocano anche i conflitti tra rivenditori cristiani e prestatori ebrei e, più tardi, la tendenza a confinare il commercio dell’usato in spazi socialmente e territorialmente definiti.
Nel complesso, Seconda mano offre una rilettura potente dell’economia medievale: non assenza di mercato, ma pluralità di criteri di valutazione in società che sono sommamente gerarchiche; non fissità dei prezzi, ma negoziazione; non opposizione tra morale ed economia, ma produzione di linguaggi che rendono praticabile e legittima la circolazione delle cose e il loro spostamento attraverso confini sociali regolati, in società organizzate per ceti. In questa prospettiva, il volume si colloca all’interno della storia economica e sociale medievale, facendo uso di una vasta tradizione di studi sulle pratiche di scambio, sul credito, sulla circolazione dei beni e sulla cultura materiale, senza separare l’analisi del valore dalle forme concrete della gerarchia sociale e delle istituzioni che ne regolano la definizione.
Febbraio 2026
Immagine: mercato in una miniatura del XV secolo.