Agnese e le sue sorelle. Donne dalla Resistenza alla costruzione della Repubblica

di Orsetta Innocenti

Una nuova edizione di un classico, temi che ricorrono, la riscoperta di una scrittrice, i legami che emergono intorno a testi e riviste del 1944-1945 agli anni Sessanta: sono gli spunti per tornare a leggere e ad ascoltare voci di donne che parteciparono alla Resistenza e scrissero – in varie forme – delle loro esperienze nell’immediato dopoguerra. Orsetta Innocenti ci guida tra prose, versi, “scritture del sé” di Renata Viganò, Ada Gobetti, Alba De Céspedes, Natalia Ginzburg e Joyce Lussu, convocate per ricordare il contributo delle donne alla nascita e al consolidamento della Repubblica e avviare una riflessione sullo «spazio delle donne». Nel 2025 abbiamo offerto una panoramica sulle ricerche storiche uscite a ridosso dell’ottantesimo anniversario della Liberazione, per il 25 aprile 2026 – a ridosso dell’ottantesimo della nascita della Repubblica – proponiamo un percorso più letterario, su sfondo di storiografia.

 

«Il loro punto di forza, l’arma segreta»: le forme della militanza femminile

Nel 2022 la scrittrice Benedetta Tobagi pubblica il libro La Resistenza delle donne. La narrazione della presenza delle donne nella Resistenza è condotta attraverso un doppio codice: quello del racconto vero e proprio (per tappe cronologiche fondamentali) e quello delle immagini, complemento della narrazione. Saggio storico, dimensione letteraria, uso delle immagini si mescolano nella creazione di una sorta di «album di famiglia collettivo» femminile. In questo album, il ruolo svolto dalle donne nella lotta di Liberazione non è solo un ricordo da incorniciare, ma diventa viatico per la costruzione attiva di una passione civile nel presente.

Lo confermano innanzitutto la dedica del volume, «a tutte le antenate», e poi i testi che Tobagi fa precedere al racconto vero e proprio. Troviamo uno stralcio da una poesia di Ingeborg Bachmann, in cui la vita viene paragonata al «seguire un canto / che ne prometta un altro futuro». Poi un appello che Tobagi rivolge alle lettrici: «Essere donna è avere la guerra dentro, sempre, da sempre. / Cosa farai nei conflitti là fuori? / Come scriverai il tuo nome nel libro grande della storia e della vita?». Infine, la prima delle molte immagini: un gruppo di donne in “borghese”; nella pagina successiva il racconto della Resistenza delle donne commenta la foto così: «Guardatele. Direste mai che sono impegnate in una guerra? È il loro punto di forza, l’arma segreta».

A ottant’anni dal primo voto politico cui parteciparono le donne come elettorato attivo e passivo (quello per il referendum per la scelta tra monarchia e repubblica e quello per l’elezione dell’Assemblea costituente del 2 giugno 1946), è possibile seguire il filo rosso della rielaborazione letteraria dell’esperienza partigiana da parte di scrittrici e poetesse, per riconoscere una persistenza tematica. Nel breve percorso che segue, ne affianchiamo cinque: Renata Viganò, Ada Gobetti, Alba De Céspedes, Natalia Ginzburg e Joyce Lussu.

 

«Un ordine nuovo, di pace, di lavoro e di libertà…»

Renata Viganò (1900-1976), partigiana bolognese, è l’autrice del primo, e forse più famoso, romanzo della Resistenza con una protagonista femminile, L’Agnese va a morire, pubblicato da Einaudi nel 1949 con il parere entusiasta di Natalia Ginzburg. Nel 1955 pubblica un volumetto, qualche decina di pagine, che non ha avuto altrettanta fortuna: Le donne della Resistenza, in ricordo delle «centoventotto donne cadute a Bologna e nella provincia» durante i venti mesi di lotta partigiana. È una raccolta di ritratti: fotografie e biografie delle protagoniste morte nel corso della guerra di Liberazione. È interessante ripartire da questo saggio, che sottolinea il ruolo della Resistenza come esperienza fondativa, condivisa da parte delle stesse protagoniste, di una nuova partecipazione femminile alla costruzione di un «mondo nuovo».

Il libro si apre con una dedica: «Alle donne di Bologna è dedicata questa memoria di donne cadute come soldati in guerra per la Resistenza. Serva la loro testimonianza a rendere più estesa la lotta, più libera la strada verso la vittoria di un ordine nuovo, di pace, di lavoro e di libertà, non lontano ormai nell’avvenire». In esergo Viganò propone la sua poesia L’anagrafe trista (il testo integrale qui in appendice), che traccia il percorso che le donne (idealizzate collettivamente) hanno compiuto «fuori dalla vita / per entrare nella Resistenza»: sono «giovani fidanzate» a «far l’amore la prima volta», oppure «la sposa che l’uomo bacia / dopo la firma tremante / sul registro del matrimonio», o ancora «mamme che vanno attorno, / [...] alla culla del loro bambino». Il loro appuntamento sarà però (sottolineato nel testo da un perentorio «invece») con la lotta di liberazione. Viganò elenca le loro azioni con puntiglio, mettendone in luce il valore militante attraverso la ripetizione dell’aggettivo «partigiano»: «Fecero maglie e calze partigiane, / fasciarono ferite partigiane, / portarono armi e stampe partigiane». Ma «se li agguantavano i tedeschi / per mezzo di una anagrafe trista / redatta dalla brigata nera / questo, voleva dire la morte». La poesia si conclude su questi versi: «Donne vive, vite vive: / diritto e promesse d’amante. / Lasciarono amore e passione / per morire nella Resistenza. / E qualcuna fu portata di peso / e fucilata da morta, / e qualcuna disse una parola dura / al plotone di esecuzione».

 

«Donne vive, vite vive»

Proprio il verso «Donne vive, vite vive» ci propone due direttrici fondamentali.

La prima è quella che proietta la Resistenza delle donne (quella a cui appunto Tobagi ha intitolato il suo libro recente sul tema) non «sullo sfondo», ma «nel fitto» della guerra civile, parafrasando le parole che Beppe Fenoglio usa per descrivere la vicenda del partigiano Milton alle prese con il ricordo furioso del suo amore per Fulvia in Una questione privata (1963). Ed è quello che in effetti racconta la storia della Resistenza attraverso il filtro della sua partecipazione femminile: fatta di scelte, di azioni, di assunzione di responsabilità e rischi. Quelle stesse scelte che portano, poi, a rivendicare il proprio ruolo nel nuovo futuro repubblicano, secondo un percorso della costruzione prima, e della pratica poi di uno «spazio delle donne».

La poesia di Viganò, come spesso le opere letterarie, arriva “per intuizione” ed esperienza, a raccontare un ruolo cui la storiografia arriverà più tardi, riconoscendo ad alcuni capolavori artistici una capacità di anticipazione del dato storico.

La seconda direttrice è quella che consente di guardare a come si è costruita nel tempo l’analisi del ruolo delle donne nella Resistenza, secondo una linea che idealmente parte da Viganò e di cui il libro di Tobagi rappresenta un consapevole, e ulteriormente militante, ribaltamento di titolo.

 

Non solo «uomini» della Resistenza

La pubblicazione di Donne della Resistenza nel 1955 si inserisce in un preciso contesto politico. È la stagione dei governi centristi, seguita alla vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948 e la definitiva collocazione dell’Italia sul lato atlantico della Guerra Fredda. È un periodo di «restaurazione», durante il quale viene ridimensionata la ricchezza variegata delle idee e delle pulsioni di cambiamento che avevano animato l’adesione alla lotta partigiana. Anche la memoria e la celebrazione della Resistenza diventano di volta in volta una questione scomoda, una posta in gioco, una declinazione delle tensioni interne e internazionali.

Basti ricordare che nel 1952 il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle forze naziste in Italia, prima processato e condannato per le sue responsabilità nelle stragi di civili e in particolare l’eccidio delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944), viene scarcerato per «gravi condizioni di salute» e rientra in Germania rilasciando dichiarazioni provocatorie sul fatto che gli italiani avrebbero dovuto ringraziarlo e fargli un monumento per come si era comportato durante la guerra. In questi stessi anni, nelle scuole il 25 aprile (sin dal 1946 festa civile riconosciuta dallo Stato) continua a essere ricordato come anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, come accadeva durante il ventennio fascista: anche nel 1955 il ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Ermini invia una circolare alle scuole invitando a celebrare l’inventore, non il decennale della Liberazione e della Resistenza.

È in questo clima che escono due volumi fondamentali, che fanno da precedente, culturale, politico e militante – sia pur su terreni diversi – a quello di Viganò. Nel 1952 Einaudi pubblica Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, raccolta di 112 lettere di partigiani e partigiane catturati dai fascisti (tra cui 5 donne: Maria Luisa Alessi, Paola Garelli, Irma Marchiani, Franca Lanzone, Violante Momesso), consapevoli della fine imminente. La raccolta alterna lettere articolate e ricchissime dal punto di vista intellettuale e politico, tra le quali spiccano, per esempio, quella di Duccio Galimberti, storico comandante della Resistenza piemontese, o quella di Leone Ginzburg, tra i fondatori della casa editrice Einaudi, antifascista e marito di Natalia. Ma il suo valore simbolico sta soprattutto nella quantità di lettere, la maggior parte molto semplici, raccolte in un progetto che vuole essere collettivo e «di popolo», con l’esplicita ambizione (si legge nella Prefazione) di sottrarre la memoria della Resistenza a ogni tentativo di rimozione politica.

Il secondo libro viene progettato da uno dei più nobili padri costituenti, Piero Calamandrei (giurista, membro del partito d’Azione), ed è complementare alle Lettere: la raccolta e pubblicazione dell’ingentissimo numero di epigrafi commemorative dei fatti partigiani, nelle varie città Medaglia d’oro e d’argento della Resistenza, dettate dallo stesso Calamandrei nella sua instancabile attività di sostenitore della memoria di quella lotta. Un’attività che aveva trovato un pungolo fondamentale nella vicenda Kesselring, alle cui dichiarazioni Calamandrei rispose con la celebre epigrafe, collocata a Cuneo, che comincia con le parole «Lo avrai / camerata Kesselring / il monumento che pretendi» e si chiude con la formula «monumento / che si chiama / ora e sempre / Resistenza» (fu causa anche di un attrito con la Germania, tanto che ci vorrà tutta la diplomazia dell’allora presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, il democristiano Alcide De Gasperi, per sanare l’incidente senza inibire l’azione di Calamandrei, in un momento in cui si addensavano varie questioni di politica europea e soprattutto si discuteva del riarmo della Germania).

Uomini e città della Resistenza esce nell’aprile del 1955, per il decennale della Liberazione (la copertina è un disegno del pittore e scrittore Carlo Levi). Difficile non leggere la raccolta di Viganò, uscita nel settembre dello stesso anno, come una risposta consapevole al libro di Calamandrei (con cui la scrittrice ebbe allora uno scambio di lettere, mentre collaborava alla rivista fondata dal giurista, «Il Ponte»). La politica del riflusso aveva coinvolto non solo la memoria resistenziale, ma anche il ruolo delle donne, perché la normalità repubblicana comporta una nuova forma di esclusione: dopo aver combattuto, viene loro chiesto di scomparire e di stare “zitte e buone”.

E infatti nel primo ventennio del secondo dopoguerra i pochissimi contributi alla storia delle donne nella Resistenza sono in genere regionali (del resto il contributo di Viganò era bolognese) o molto settoriali, o di singole autrici militanti.

 

Un controcanto per tappe

Delineare la storia della Resistenza delle donne significa dunque costruire un percorso che presenti le tappe di un controcanto alla voce maschile, del quale Donne della Resistenza rappresenta un esempio precoce. Solo nel 1976 Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina (storiche e docenti di scuola superiore) pubblicano La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi. L’aggettivo «taciuta» vuole incalzare esplicitamente quel «daltonismo di genere» (di cui ha parlato un’altra storica, Anna Bravo), che sembra caratterizzare nel secondo dopoguerra, passato il battesimo elettorale, non solo il racconto del ruolo delle donne nella Resistenza, ma anche e soprattutto la loro partecipazione paritetica alla vita politica italiana. Anche qui, come nel libro curato da Viganò (e come per gli «uomini della Resistenza» di Calamandrei), il modello è quello del ritratto narrativo (sulla base di testimonianze/interviste) e lo scopo è quello di dare voce non alle poche donne molto note o che «oggi ricoprono cariche importanti», ma al gran numero di partigiane dimenticate e che «in misura più o meno rilevante hanno subìto forme di emarginazione o di esclusione sociale».

Dagli anni Settanta in poi (e in linea con le contemporanee rivendicazioni politiche e civili dei movimenti femministi), tanto le memorie autobiografiche quanto gli studi sul ruolo delle donne nella Resistenza cominciano a crescere, sia per numero, sia per ampiezza di sguardo e sedi di pubblicazione, andando a tracciare un percorso che va ad arricchirsi in molteplici direzioni. Fino all’incirca agli anni Novanta, i nomi sono sostanzialmente tutti di autrici (ricordiamo, tra le altre: Anna Bravo, Bianca Guidetti Serra, Mirella Alloisio e Giuliana Beltrami, Marina Addis Saba). A esse poi si aggiungono anche alcuni lavori di storici. Tra questi, uno studio del 1995, dedicato alle perseguitate dal Tribunale Speciale dello Stato durante il Ventennio, nel quale Giovanni De Luna introduce il concetto di «antifascismo esistenziale», del quale le donne si fanno portatrici a un livello che precede e orienta la politica.

Di decennio in decennio, è questa la schiera sempre più folta di antenate – a quasi ottant’anni dalla Liberazione – cui Tobagi fa riferimento per rovesciare il paradigma, andando a indagare non più la presenza delle donne della (o nella) Resistenza, ma viceversa analizzando il carattere specifico della “Resistenza delle donne”.

 

Dare vita: da Agnese alle “madri” costituenti

Anche per quanto riguarda la letteratura, Viganò costituisce un primo importante punto di riferimento sia dal punto di vista tematico, sia dell’istanza narrativa. L’Agnese va a morire (1949) è infatti, contemporaneamente, un romanzo con protagonista una partigiana (Agnese), e un romanzo scritto da una partigiana. E infatti c’è già tutto. Il caos del «tutti a casa» dopo l’8 settembre, con il ruolo essenziale dei «maternage di massa» (l’aiuto spontaneo, ma già essenzialmente politico, delle donne ai soldati che si sbandano, analizzato dalla storica Anna Bravo); le rappresaglie nazi-fasciste contro chi aiuta i partigiani; la decisione di unirsi al presidio partigiano che può arrivare, per ciascuno e ciascuna, per mille ragioni diverse, tutte accomunate, per usare le parole dello storico Claudio Pavone, dal concetto di scelta «chiara e difficile»; i rischi; la responsabilità; la morte perché all’improvviso si può essere riconosciuti dal nemico. Il percorso dell’Agnese riflette quello di alcuni versi della poesia già ricordata che Viganò usa come esergo nel 1955: «Camminavano piano piano / come le mamme che vanno attorno, /che sia la notte o che sia il giorno, / alla culla del loro bambino. / E invece uscivano dalla casa, / ogni impresa cara era finita. / Andavano fuori dalla vita / per entrare nella Resistenza».

L’immagine della maternità si ritrova anche nel romanzo, dove l’Agnese viene spesso definita la «mamma Agnese» del presidio partigiano. Si tratta di un elemento concretissimo e simbolico che ritorna in moltissime opere che permette di annodare il legame che dalla Resistenza arriva alle radici dell’identità repubblicana, con la scelta della forma di Stato resa determinante dal voto attivo delle donne, e con l’elezione all’Assemblea accanto a 535 “padri” anche di 21 “madri” costituenti (9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque).

 

Ada Gobetti: il Diario partigiano e i racconti

Il tema reale e simbolico della maternità, ritorna anche in altre partigiane e scrittrici. Nel suo Diario partigiano, uscito nel 1956, Ada Gobetti (1902-1968) sottolinea a più riprese come alla consapevolezza politica si affianchi, nella sua scelta partigiana, anche la volontà di partecipare alla lotta insieme al figlio Paolo. Esemplari in questo le parole di Italo Calvino che accompagnano la prima edizione dei Diario per Einaudi: «È il libro d’una madre, questo: d’una madre che va a fare la guerra partigiana insieme a suo figlio di diciott’anni, e con lui divide i pericoli e i disagi».

Infatti nel Diario ansia per Paolo e orgoglio di consapevolezza politica si mescolano con una vividezza indissolubile, che coinvolge lo sguardo di Ada, donna partigiana militante con gli occhi proiettati al futuro dell’Italia e, insieme, madre di Paolo e, idealmente, anche di tutti i giovanissimi che hanno scelto di mettere a rischio la propria esistenza per quello stesso futuro.

Lo sguardo di Gobetti interpreta la scelta come straordinario passaggio di “linea d’ombra” (dall’infanzia alla giovinezza) anche quando narra la storia dal punto di vista simmetrico: non più il suo, come nel Diario, ma quello di un ragazzo alla sua prima impresa di guerriglia. È quanto avviene nel racconto Si sentì più alto (1952), scritto in terza persona: come se Gobetti volesse raccontare, da voce esterna, la stessa storia vista con gli occhi di Paolo, o dei tanti ragazzini di cui dà conto nel Diario, incontrati durante i venti mesi di lotta partigiana.

Nel Diario traspare anche un impegno politico lungimirante, che già traguarda il futuro e la costruzione del dopo. Gobetti durante la Resistenza si occupa infatti dei “Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà” (nome che lei contesta, proprio per la presenza delle parole “difesa” e “assistenza”, che relegano le donne a funzione di supporto, o debole – in ogni caso subalterna) per fare azioni di coinvolgimento delle donne, e continuerà anche dopo la Liberazione il proprio impegno civile e politico (prima vicesindaca di Torino liberata, membro dell’Unione Donne Italiane…).

È un impegno che vede nel dopoguerra Gobetti spostarsi su posizioni più vicine a quelle del PCI e, soprattutto, abbracciare anche un interesse fortemente pedagogico. Si colloca in questa cornice la sua collaborazione al «Pioniere», giornale per ragazzi rifondato negli anni Cinquanta e co-diretto da Gianni Rodari. È qui che pubblica nel 1961 un altro dei (pochi) racconti resistenziali autonomi: Un’arma per Sergino. La voce narrante (che il lettore identifica con quella di Ada) presuppone un riconoscimento con quella del precedente Diario (dove “Sergino” compare come personaggio). Inoltre, il testo è pubblicato in una pagina interamente dedicata alla guerra partigiana: a destra Gobetti, a sinistra una cornice di “Canti della Resistenza” con il testo di Dalle belle città e Bella ciao (comprensiva di brevissimo spartito). La collocazione specifica (l’anno di pubblicazione, la pagina dedicata alla guerra partigiana) consente di contestualizzare il racconto dal punto di vista storico, perché testimonia del ritorno di attenzione politica e culturale sulla Resistenza che rifiorisce come punto di riferimento di un’intera società civile dopo il “tentativo di svolta reazionaria” del governo Tambroni con le repressioni violente del luglio 1960.

 

Alba De Céspedes: «dalla parte di lei»

Già nei cinque-sei anni che seguono l’entrata in vigore della Costituzione, l’istanza narrativa e politica delle donne della Resistenza è dunque fortissima, e molto variegata. La scrittura costituisce un ulteriore elemento di militanza, di costruzione di uno spazio che, in quanto narrazione, può continuare a farsi azione. È del 1949 anche il romanzo Dalla parte di lei di Alba De Céspedes (1911-1997), che racconta una parte della storia particolare di Alessandra Corteggiani, la protagonista, proprio sulla base della partecipazione alla Resistenza romana. Il romanzo è preceduto da una serie di testi che sanciscono l’impegno diretto di De Céspedes per la lotta di liberazione, attraverso ruoli non scontati e che contribuiscono a disegnare la poliedricità dell’impegno resistenziale femminile: qui si delinea anche come impegno culturale, a prendere la parola.

In particolare, De Céspedes, intellettuale italo-cubana, proveniente da una famiglia borghese e militante, poco dopo l’8 settembre 1943 fugge da Roma prima in Abruzzo e poi a Napoli e a Bari. Qui si dedica all’attività politica, diventando, con lo pseudonimo di Clorinda (eco della donna-guerriera della Gerusalemme liberata), la voce della trasmissione radiofonica L’Italia combatte!, trasmessa tra il 1943 e il 1944 prima da Radio Bari poi da Radio Napoli.

La velina di esordio letta da De Céspedes alla prima trasmissione dell’Italia combatte! riecheggia, nei toni, quanto rielaborato da Viganò qualche anno dopo nella sua poesia: «Noi veniamo al microfono e diciamo quel che vogliamo. Io ho voluto dirvi questo per portarvi un po’ di conforto. [...] Ma bisogna esser forti, resistere. Voi siete state molto forti. Coraggio. Aprite qualche volta la radio, a quest’ora. [...] io voglio che per mio mezzo vi parlino tutti gli uomini che sono ansiosi di tornare alle loro case, alle loro donne, per non lasciarle più».

Anche lo sguardo di De Céspedes è lucido nella consapevolezza della peculiare condizione femminile durante la lotta, che si sostanzia in una forma di militanza altrettanto particolare: la penna, la voce, l’organizzazione culturale…

 

«Mercurio»: una rivista negli anni della transizione

Dopo la liberazione della capitale i primi di giugno del 1944, De Céspedes rientra a Roma con il progetto di fondare una rivista. «Mercurio. Mensile di politica arte scienze» esce nel settembre 1944 e accompagnerà la storia dell’Italia in tutto il periodo costituzionale transitorio fino alla fase costituente, nel 1948.

I pezzi ospitati costituiscono uno straordinario strumento per approfondire la storia di quel periodo, dando conto di un progetto politico e intellettuale che, di nuovo, mette al centro lo sguardo di «una donna che vi parla». Come ricorda De Céspedes, nella Premessa al primo numero, «Ci sembra venuto, adesso, il momento di ritrovarsi, unirsi, riaffacciarsi insieme a un balcone sul mondo. [...] L’Italia non ha più pane, carbone o armi. Ha questa voce. In questa voce quelli che hanno lottato, che sono stati imprigionati o sono morti nelle trincee, per le macchie, o nelle stragi, hanno creduto. E noi crediamo».

 

La «memoria» di Natalia Ginzburg

Su «Mercurio» De Céspedes pubblica, nel dicembre 1944, una nota sull’Italia combatte!, ma, soprattutto, in quello stesso numero si trova anche una poesia di Natalia Ginzburg (1916-1991), Memoria, dedicata al marito Leone, morto nel carcere romano di Regina Coeli nel febbraio 1944 in seguito alle torture (il testo integrale qui in appendice).

Natalia si rivolge direttamente a sé stessa e la poesia può essere riassunta nella parola rimpianto, presente sottotraccia, La contrapposizione tra vita e morte è resa dai primi versi, nel confronto tra l’aspetto e le azioni dei vivi (dal «roseo il viso, le labbra vivide e piene», che «Comprano cibo e giornali») e l’immobilità del morto con «il viso consueto, / solo un poco più stanco»; l’immagine del lenzuolo (un sudario) evoca sul viso il pallore e la rigidità della morte. «Sollevi il lenzuolo» ritorna due volte, a richiamare la fissità dell’istante in cui la vita di Leone (mai nominato direttamente) si è cristallizzata in un cadavere che ha bloccato il ricordo di un corpo privo di vita. Quella stessa mancanza di vita è passata come per osmosi in Natalia («deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa»), in un vuoto sentito tanto più assordante in una Roma ora libera dai nazifascisti, in anticipo su una parte dell’Italia del Nord, ma di pochi mesi troppo tardi per Leone (e dunque per Ginzburg), come evoca il «per sempre» al termine del penultimo verso.

È possibile costruire un percorso che, attraverso l’analisi di testi letterari e testimonianze documentarie, dia conto di quello che Calvino ha definito, nella Prefazione del 1963 alla ripubblicazione del suo primo romanzo, di argomento resistenziale (Il sentiero dei nidi di ragno, prima ed. 1947), un «multicolore universo di storie». La poesia di Ginzburg può essere così affiancata alla lettura della lettera di Leone, pubblicata nel già citato volume di Lettere di condannati a morte della Resistenza e all’importanza del ruolo politico e culturale rivestito da Natalia dentro la casa editrice Einaudi.

 

«Si parla così poco di donne nella letteratura italiana…»: Joyce Lussu

Alla voce lirica di Viganò e Ginzburg è possibile affiancare ancora quella di Joyce Lussu (1912-1998), antifascista, moglie e compagna di Emilio Lussu, storico fondatore di Giustizia e Libertà, esponente del Partito di Azione, con il quale condivise la battaglia politica e la militanza resistenziale. Proprio sulle pagine di «G.L. Giustizia e Libertà», il quotidiano del Partito d’Azione pubblicato a Torino all’indomani della Liberazione, compare il 27 maggio 1945 una poesia di Joyce Lussu di argomento e tono molto simile a quelle delle sue “sorelle”, dove il ruolo di “madre partigiana” è esplicitato fin dal titolo (il testo integrale qui in appendice). La lirica ricalca l’andamento di Donna de Paradiso di Jacopone da Todi (i cui primi due versi recitano: «Donna de Paradiso / lo tuo figliolo è preso»). Anche qui una parte significativa è drammatizzata, nel dialogo costante con il figlio e con l’annuncio della cattura e della sua fucilazione: «Tuo figlio è tra i morti / sulla piazza, in paese, io non capivo ancora». Torna l’immagine, presente in Ginzburg, del tempo storico che non potrà mai più essere lo stesso, in una primavera che per la madre partigiana non porta (a differenza che per l’Italia, ma anche per la Madonna di Jacopone) resurrezione e rinascita: «Figlio, come diversa questa, per me, / da tutte le altre primavere!». La poesia si chiude su un’immagine che richiama la classica iconografia della pietà: «Quando appoggiai il tuo capo pesante sul mio braccio / i tuoi capelli sapevano di sangue e di terra».

Questa non è l’unica forma di rielaborazione dell’esperienza partigiana scritta da Joyce Lussu: ancora precedente al romanzo di Viganò, sempre del 1945, è infatti la pubblicazione di Fronti e frontiere, testo nel quale Lussu disegna la militanza antifascista e partigiana sua e di Emilio in un memoriale vivido che unisce avventura, amore, consapevolezza politica. I 12 capitoli che compongono il testo portano, nell’edizione del 1945, tutti nomi di donne ed è la stessa Lussu, nell’Introduzione, a rivendicarne la ragione: «Alcuni si domanderanno perché i capitoli portano come titoli dei nomi di donne, donne, che non sono figure centrali nello svolgimento del racconto. [...] Si parla così poco di donne nella letteratura italiana, di donne nel pieno senso umano, e non solamente amoroso e sentimentale! Ma il filo della narrazione ha poi tradito questo intento iniziale. Pure io lascio, in cima a ogni capitolo, questi nomi che mi sono cari, non come titolo, ma come dedica».

Anche in questo caso, come in quelli delle altre intellettuali e partigiane prese in considerazione, l’atto di scrittura incornicia la militanza per farsi atto di sguardo e di consapevole posizionamento politico.

 

Lo spazio del «fuori campo»

Nel passaggio dal tempo di guerra al tempo di pace, si consuma il primo passo nella progressiva costruzione di uno spazio pubblico e privato, quel che Daniela Brogi ha definito «una zona fuori campo» da mettere in tensione con il centro dell’inquadratura. Lo scopo è quello di «cambiare linguaggio e prospettiva», per «formare un nuovo mosaico».

Nella Resistenza delle donne Tobagi definisce questo “fuori campo” come un’altra “guerra di liberazione”: una fase in cui la militanza attiva delle scrittrici e partigiane da azione di guerra si fa consapevole e tagliente azione di penna. La Resistenza delle donne diventa così consapevolezza della necessità politica di rivendicare un proprio sguardo narrativo, quello delle madri, delle mogli, delle compagne, nella conciliazione di un doppio ruolo: lo stesso che sarà poi affermato come essenziale nella partecipazione all’Assemblea costituente. Ne ha scritto nel 2012 Marisa Ombra (1925-2019), già partigiana in Piemonte, in una memoria dal titolo parlante: Libere sempre. Immaginando di scrivere una lettera a una quattordicenne degli anni Duemila, Ombra individua nelle radici dell’esperienza partigiana quel paradigma di “altra guerra di Liberazione” poi ripreso da Tobagi. Il campo e il fuori campo si intersecano in questa testimonianza che è insieme dialogo, identificazione, passaggio di consegne. È una conclusione provvisoria, che permette di inserire la storia di Agnese e di alcune delle “sue sorelle” idealmente in una linea aperta, la cui continuazione è ancora in parte da tracciare. 

Aprile 2026

Immagine: tre donne partigiane ritratte davanti all’Accademia di Brera, a Milano, nei giorni della Liberazione. Questa foto, probabilmente scattata in posa, è diventata uno dei simboli della partecipazione delle donne alla Resistenza (anche armata).

 

Per approfondire

Il titolo di questo contributo riprende quello di un mio precedente saggio: Orsetta Innocenti, Agnese e le sue sorelle: immagini femminili nella Resistenza, in «Patria indipendente. Periodico della Resistenza e degli ex-combattenti», LIII (2004), pp. 16-17.

Il libro di Benedetta Tobagi, ricchissimo di percorsi storici e simbolici, fotografici e narrativi è La Resistenza delle donne, Einaudi, Torino 2022. Si segnala anche la riflessione di Emanuela Bandini, Sappiamo chi eravamo? Su La Resistenza delle donne di Benedetta Tobagi, «La letteratura e noi», 26 gennaio 2024, disponibile online. Si possono cercare immagini di donne anche nella Storia fotografica della Resistenza, a cura di Adolfo Mignemi, presentazione di Claudio Pavone, Bollati Boringhieri, Torino 2002 (prima ed. 1995), che tra le altre cose ricostruisce la storia della famosa foto delle «ragazze di Brera» che abbiamo usato anche noi come immagine di apertura. A queste si può far precedere il documentario La donna nella Resistenza (1965) realizzato nel ventennale per la Rai, come sesto numero della rubrica Prima pagina, dalla regista Liliana Cavani (si veda ora su raiplay la puntata della serie La TV di Liliana Cavani dedicata a questo lavoro).

Il tema della scelta partigiana come scelta morale all’interno di una guerra civile è stato messo definitivamente in valore in sede storiografica dallo studio, diventato classico, di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

Nella sua sintesi Storia della Resistenza in Italia (Einaudi, Torino 2015), Santo Peli dedica l’ultimo capitolo ai «Protagonisti dimenticati», un paragrafo del quale è intitolato «Donne e Resistenza» (pp. 182-187).

Per la periodizzazione della memoria della Resistenza, ho tenuto presente in particolare la proposta di Giovanni De Luna, La repubblica del dolore, Feltrinelli, Milano 2010. Sul tema della memoria della Resistenza si rimanda anche a Philip Cooke, L’eredità della Resistenza. Storia, cultura, politiche dal dopoguerra a oggi, Viella, Roma 2015. Sempre sulla memoria della Resistenza, si veda anche F. Focardi, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari 2005. Si segnalano infine: Gianpasquale Santomassimo, 25 aprile, in Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017, pp. 65-79; il capitolo dedicato al 25 aprile da Maurizio Ridolfi nel suo Le feste nazionali, nuova ed., Il Mulino, Bologna 2021; il volumetto di Luca Baldissara, 25 aprile, Il Mulino, Bologna 2024.

Sulle elezioni del 1948 si veda in questo spazio online il documento curato da Silvia Benini.

La definizione di «antifascismo esistenziale» è ripresa da un altro libro di Giovanni De Luna: Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana 1922-1939, Bollati Boringhieri, Torino 1995, che prendeva in esame le carte sequestrate o prodotte dalla polizia relative alle donne «inquisite, denunciate, arrestate, processate, incarcerate durante il fascismo e per qualsiasi motivo finite davanti al Tribunale Speciale», ovvero il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato istituito dal regime nel 1926.

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. (8 settembre 1943-25 aprile 1945), uscito per la prima volta nel 1952 a cura di Pietro Malvezzi e Giovanni Pirelli, è stato uno dei più grandi successi della casa editrice Einaudi; l’edizione più recente è del 2015. Dal 26 aprile 2007 è online una base dati che si propone di raccogliere il più vasto – e per quanto possibile esaustivo – archivio virtuale di documenti di tal genere: https://www.ultimelettere.it/.

Uomini e città della Resistenza, pubblicato per la prima volta nel 1955 da Piero Calamandrei, è stato ripubblicato sotto il titolo Uomini e città della Resistenza. Discorsi, scritti ed epigrafi, a cura e con un saggio introduttivo di Sergio Luzzatto, Laterza, Roma-Bari 2006.

I testi che segnano l’inizio di un interesse storiografico sulla partecipazione resistenziale femminile sono in primo luogo alcune raccolte di testimonianze: Anna Maria Bruzzone, Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, La Pietra, Milano 1976 (l’edizione più recente è quella Bollati Boringhieri, Torino 2016, con una prefazione di Anna Bravo); Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile, Einaudi, Torino 1978 (l’edizione più recente è quella del 2025, con una introduzione di Benedetta Tobagi e una post-fazione di Santina Mobiglia, che a sua volta ha raccolto le memorie di Bianca Guidetti Serra nel volume Bianca la rossa, Einaudi, Torino 2009); Anna Maria Bruzzone, Lidia Beccaria Rolfi, Le donne di Ravensbrück. Testimonianze di deportate politiche italiane, Einaudi, Torino 1978 (l’edizione più recente è quella del 2020 a cui si possono affiancare Lidia Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria. Ravensbrück, 1945. Un drammatico ritorno alla libertà, a cura di Bruno Maida, Einaudi, Torino 1996, l’ed. più recente è del 2020, e Bruno Maida, Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi, Einaudi, Torino 2025).

Restano un punto di riferimento i volumi: Mirella Alloisio, Giuliana Beltrami, Volontarie della libertà. 8 settembre 1943-25 aprile, Mazzotta, Milano 1981 (l’edizione più recente Bertoni, Perugia 2022); Donne e uomini nelle guerre mondiali, a cura di Anna Bravo, Laterza, Roma-Bari 1991 (che contiene tra l’altro il saggio di Anna Bravo, Simboli del materno, pp. 96-133); Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone, In guerra senz’armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995 (anche per il concetto di maternage); Marina Addis Saba, Partigiane: tutte le donne della Resistenza, Mursia, Milano 1998.

Il concetto di «daltonismo di genere» è stato proposto da Anna Bravo nella sua relazione Cittadine: un nuovo inizio al convegno Noi, compagne di combattimento…”. I gruppi di difesa della donna, 1943-1945, organizzato dal Coordinamento donne ANPI nel 2015, i cui atti si possono leggere online (nello stesso volume si trovano diversi saggi sul ruolo delle donne nel passaggio dalla lotta partigiana alla costruzione dell’Italia repubblicana).

Il libro di Renata Viganò, Donne della Resistenza, STEB, Bologna 1955, è stato digitalizzato e messo a disposizione online dall’Istituto Parri e dalla biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Il romanzo L’Agnese va a morire, uscito da Einaudi nel 1949, ha ora una nuova edizione fresca di stampa (aprile 2026) con un’Introduzione di Daniela Brogi molto ricca e utile anche dal punto di vista didattico.

Nell’archivio digitalizzato online di Calamandrei (Un caleidoscopio di carte) è possibile leggere, previa registrazione, quattro lettere inviate da Viganò a Calamandrei che danno conto della corrispondenza tra i due tra il 1950 e il 1953.

Il Diario partigiano di Ada Gobetti è stato pubblicato per Einaudi nel 1956; l’edizione più recente è quella del 2014, con introduzione di Goffredo Fofi e postfazione di Bianca Guidetti Serra. Il racconto Si sentì più alto è stato pubblicato nel 1952 nel periodico ufficiale dell’ANPI, «Patria indipendente. Periodico della Resistenza e degli ex-combattenti». È stato ripubblicato in Racconti della Resistenza, a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, Torino 2005, pp. 185-189, preceduto da una breve Nota al testo del curatore (il libro ha avuto una nuova edizione nel 2024).

Un’arma per Sergino (numero 28, 1961, p. 16) si può leggere nell’archivio online della rivista «Il pioniere», consultabile integralmente a questo link: https://www.ilpioniere.org/ (da qui è possibile scaricare il numero citato).

Su Ada Gobetti e Piero Gobetti si può leggere in questo stesso spazio online La vita «tutta luce» di Piero Gobetti in una pagina del diario della moglie Ada, a cura di Tommaso Munari, che offre piste di approfondimento tra Diario e impegno politico, sottolineando l’impegno pedagogico di Gobetti nel dopoguerra.

Dalla parte di lei (1949) di Alba De Céspedes è stato ripubblicato di recente da Mondadori (2021).

Le veline di L’Italia combatte! unite a passi del diario di De Céspedes sono ora raccolte nel volume È una donna che vi parla, stasera. La voce di Clorinda dalle radio libere di Bari e Napoli. 1943-1944, a cura di Valeria Paola Babini, Milano, Mondadori 2024. Una bella discussione argomentata del volume si legge in L. Mirone, «STASERA IO VOGLIO PARLARE DA DONNA». Quando Alba De Céspedes era Clorinda, «La letteratura e noi», 7 febbraio 2025, disponibile online.

La rivista Mercurio è disponibile integralmente online sul sito della Biblioteca Gino Bianco di Forlì. Sul numero 4 del dicembre 1944 è possibile trovare sia la velina dall’Italia combatte!, sia la poesia di Natalia Ginzburg Memoria. In questo stesso numero viene pubblicata per la prima volta quella straordinaria cronaca narrata della razzia del ghetto di Roma scritta da Giacomo Debenedetti che è 16 ottobre 1943. Da segnalare anche il numero 27-28 (novembre/dicembre 1946), Processo al ’46, che raccoglie voci di donne reduci dal primo voto politico il 2-3 giugno 1946 (alcuni brani sono stati ripresi in questo spazio online a corredo dell’articolo dedicato al 2 giugno).

La poesia La madre partigiana di Joyce Lussu è pubblicata su «G.L. Giustizia e Libertà», del 27 maggio 1945. Sulla testata, si vedano le notizie riportate nella Banca dati Periodici Piemonte e Valle d’Aosta. Il libro di Joyce Lussu Fronti e frontiere, uscito nel 1945 per le Edizioni U (come primo titolo della Collana della Liberazione), è stato ripubblicato più volte nei decenni seguenti e di recente da Abbot edizioni (Roma) nel 2021. Sulla scrittrice è possibile leggere una bella biografia scritta da Silvia Ballestra, La Sibilla. Vita di Joyce Lussu, Laterza, Roma-Bari 2022.

Per un ulteriore approfondimento si può vedere anche Cinzia Ruozzi, La Resistenza taciuta. Partigiane e scrittrici protagoniste di una ‘storia minore’, in Contemplare/abitare: la natura nella letteratura italiana, Atti del XXVI Congresso dell’ADI (Associazione degli Italianisti), Napoli, 14-16 settembre 2023, a cura di Elena Bilancia et al., Adi editore, Roma 2025, disponibile online.

Una raccolta di ritratti di partigiane esplicitamente indirizzata a un pubblico di adolescenti è Partigiane, People, Busto Arsizio 2022.

Il concetto di «spazio delle donne» è stato proposto da Daniela Brogi nel suo saggio omonimo (Einaudi, Torino 2022), dove si trova anche un’esemplificazione critica del concetto di «fuori campo».

Il libro di Marisa Ombra, Libere tutte è stato pubblicato per Einaudi nel 2012.

 

Altre risorse online

Documenti autografi sulle 21 donne elette all’Assemblea Costituente si trovano sul sito della Camera giovani al percorso Le 21 donne della Costituente;

Sull’Enciclopedia delle donne è possibile accedere ai profili biografici delle figure analizzate in questo percorso, così come di moltissime altre;

Profili delle scrittrici prese in considerazione si leggono anche sul Dizionario biografico degli italiani Treccani: Alba De Céspedes; Natalia Ginzburg (nata Levi); Ada Gobetti (nata Prospero); Joyce Lussu (nata Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti); Renata Viganò.

Sul sito dell’Unione Femminile Nazionale è possibile accedere a una specifica sezione con percorsi tematici, catalogati, di Donne nella Resistenza;

Approfondimenti sulle battaglie per «l’altra lotta di Liberazione», organizzati per temi rilevanti, si possono trovare sul sito nazionale dell’Unione delle donne italiane (UDI).

 

L’autrice

Orsetta Innocenti è docente di materie letterarie nella scuola secondaria di secondo grado; attualmente insegna presso il Liceo Russoli ed è tutor coordinatrice per i percorsi di abilitazione docente di italiano e storia all’Università, a Pisa. Si è laureata all’Università di Pisa in Teoria della Letteratura ed è stata allieva della Scuola Normale Superiore (Pisa), dove ha conseguito il Diploma nel 1997. La sua formazione post-universitaria è proseguita tra le Università di Roma Tre, Bologna, Cambridge. Nelle sue ricerche si è occupata di letteratura giovanile, letteratura e storia (in particolare Resistenza e Shoah), letteratura e scienza. Tra le sue pubblicazioni segnaliamo: La letteratura giovanile, Laterza, Roma-Bari 2000; La biblioteca inglese di Fenoglio. Percorsi romanzeschi in Una questione privata, Vecchiarelli, Manziana 2001; la voce «Genocidio» in Dizionario dei temi letterari, 3 voll., a cura di Remo Ceserani, Mario Domenichelli, Pino Fasano, Utet, Torino 2007 (vol. II, pp. 981-986). Di recente ha partecipato a due webinar organizzati da Mondadori Education: Letteratura, amore, guerra in Una questione privata di Fenoglio (4 ottobre 2022); Insegnare la Shoah: costruzione e ricostruzione della memoria pubblica (25 gennaio 2023).

Questo contributo e l’altro già pubblicato in questo spazio online, Il «Giorno della memoria» nell’era della «post-testimonianza» (gennaio 2026), nascono da ricerche e percorsi didattici che la professoressa ha proposto nelle sue classi negli ultimi anni.

 

Appendice. Il testo integrale delle tre poesie citate

1) Renata Viganò, L’anagrafe trista (da Ead., Donne della Resistenza, STEB, Bologna, 1955, pp. 13-14)

Sussurravano piano piano
come le giovani fidanzate
dietro le siepi d’estate
a far l’amore la prima volta.
Mormoravano piano piano
come la sposa che l’uomo bacia
dopo la firma tremante
sul registro del matrimonio.
Camminavano piano piano
come le mamme che vanno attorno,
che sia la notte o che sia il giorno,
alla culla del loro bambino.
E invece uscivano dalla casa,
ogni impresa cara era finita.
Andavano fuori dalla vita
per entrare nella Resistenza.
Rinunciarono ai mobili nuovi
comperati con tanti stenti.
Non pensarono agli ingrandimenti
inclinati nelle cornici.
Non guardarono occhi di madri
già in pianto per altri dolori.
Dalla vita si misero fuori
per essere nella Resistenza.
Fecero maglie e calze partigiane,
fasciarono ferite partigiane,
portarono armi e stampe partigiane.
Ma se li agguantavano i tedeschi
per mezzo di una anagrafe trista
redatta dalla brigata nera
questo, voleva dire la morte.
Eppure era bella la sera
in seno alla dolce stagione!
Il sole, il respiro, il colore dell’aria
fu per tante l’ultima vista.
Altre caddero al buio, stracciate,
contro le mura di un quartiere
Furono ansiose dell’ultimo istante
per essere buone a tacere.
Furono paghe dell’ultima ora
per disperdere il nome dei compagni
nell’urlo della bocca infranta
dal fuoco della tortura.
Donne vive, vite vive:
diritto e promesse d’amante.
Lasciarono amore e passione
per morire nella Resistenza.
E qualcuna fu portata di peso
e fucilata da morta,
e qualcuna disse una parola dura
al plotone di esecuzione.

 

2) Natalia Ginzburg, Memoria (da «Mercurio», I, 4, 1944, p. 165)

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano cibo e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso per l’ultima volta.
Se cammini per strada, nessuno ti è accanto,
se hai paura, nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra,
e guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c’era la sua voce serena;
e allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

 

3) Joyce Lussu, La madre partigiana (da «GIELLE», I, 28, 27 maggio 1945, p. 3)

Questo primo sole, tra i rami esili
dei faggi spogli
ha già un tepore di primavera, un odore
vivo, di foglie cadute che diventan terriccio,
di radici avide, di germogli.
Figlio, come diversa questa, per me,
da tutte le altre primavere!
Mai avevo saputo il profumo
del primo raggio fecondo.
Il mondo
per me, era la nostra casa
e l’odore del focolare
e del bucato
e del lardo appeso sotto la cappa del camino
e del fiore reciso che langue nell’acqua torbida
e del lumino
davanti al sacro cuore di Gesù.
E tu
figlio, coi tuoi capelli odorosi di vita.
Serravo le finestre
perché il profumo angusto e dolce del focolare
non si sperdesse.
E quando quella sera vennero a prenderti, rimasi smarrita
per lo stupore: “Che hai fatto? che hai fatto?”
E tu esitavi e mi guardavi distratto
dal mio dolore.
“Non è nulla, mamma. È un errore
Torno subito”.
Allora, perché indugiavi, il tedesco ti percosse.
E io piansi.
“Ma ha sedici anni, signore!
Che può aver fatto?”
Oh quante cose avevi fatto, figlio,
oltre le finestre chiuse.
È tiepido questo sole. Asciuga le foglie secche, che crepitano
sotto il passo guardingo dei compagni.
Le armi sono cariche. Scenderemo tra poco.
E quando più tardi (io attizzavo il fuoco
e cuocevo la zuppa per te, figlio.
Non era possibile che tu non tornassi, subito)
quando più tardi vennero a dirmi: “Tuo figlio è tra i morti
sulla piazza, in paese”, io non capivo ancora.
E aggiunsi legna sul focolare
come se tu dovessi tornare,
figlio. E mi misi il mantello
e i guanti di lana
e presi la borsa, per scendere nel paese.
E m’avviai fuori dell’uscio, nella tramontana
fredda, col mio stupore senza fine.
Quando appoggiai il tuo capo pesante sul mio braccio
i tuoi capelli sapevano di sangue e di terra.
Come queste foglie morte di faggio
molli ai germogli nuovi di primavera.