8 marzo. La Giornata Internazionale delle Donne

Di Alessandra Gissi

Alessandra Gissi, che insegna Storia contemporanea all’Università di Napoli L’Orientale, ci introduce alle origini dell’Otto marzo, una questione a lungo trascurata dalla ricerca storica. Miti fondativi e tappe fondamentali in Italia di una giornata di rivendicazione, prima che di festa, costruita «dal basso», dal movimento femminista di inizio Novecento, poi promossa anche dall’ONU nel 1977, ma mai entrata nel calendario civile ufficiale italiano. Una data che tracima nel tempo e nello spazio e oggi dimostra una straordinaria vitalità, mentre si affermano nuovi movimenti femministi globali che ingaggiano una lotta quotidiana in tutti gli ambiti – politico, sociale e culturale –, consacrata nello slogan «lotto marzo tutti i giorni».

 

La data, gli eventi

Sull’origine dell’Otto marzo esistono alcuni miti persistenti, ma conviene metterli da parte e riprenderli più avanti per spostarci invece a Copenhagen, fine agosto 1910. Al numero 69 di Jagtvej, all’interno della Folkets Hus, ossia la Casa del popolo (demolita proprio alla vigilia dell’8 marzo 2007), si riuniscono almeno un centinaio di donne provenienti da diciassette paesi diversi per la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste. Davanti a questo uditorio, Clara Zetkin (1857-1933), allora militante nel Partito socialdemocratico tedesco (SPD), avanzò la proposta, sull’onda di una mobilitazione già in corso negli Stati Uniti, di istituire in ciascun Paese una giornata per una manifestazione annuale consacrata alle tematiche femminili. La delibera che stabilì, in seguito alla mozione di Zetkin, di istituire annualmente una Giornata Internazionale, specificava che «le donne socialiste di tutte le nazioni avrebbero dovuto organizzarla in cooperazione con le organizzazioni politiche e sindacali» e che «lo scopo primario era quello di conseguire il diritto di voto». Questa risoluzione fu avallata nel successivo congresso della Seconda Internazionale socialista e a Vienna, Parigi, Berlino e Düsseldorf, fra il 1911 e il 1915, si cominciarono a organizzare delle «Giornate internazionali».

La prima vera e propria celebrazione di un Otto marzo fu quella tedesca del 1914, conseguenza della scelta di consacrare alle donne la giornata d’apertura dell’ormai consueta «Settimana Rossa», un evento destinato a commemorare e rinvigorire la memoria dell’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi, che si era consumata tra il marzo e il maggio 1871. Ma l’occasione intendeva rappresentare, principalmente, «la manifestazione del partito in tutta la Germania a sostegno del suffragio femminile». Clara Zetkin decise di invitare anche Angelica Balabanoff (1878-1965), all’epoca nella dirigenza del Partito socialista italiano, a tenere per l’8 marzo ben due conferenze per la mobilitazione socialista «pro voto femminile». A far sì che la ricorrenza si trasformasse in un appuntamento fisso in Europa fu la drammatica e determinante celebrazione della giornata da parte delle lavoratrici di Pietrogrado che in Russia, nel 1917, in piena guerra mondiale, diede avvio alla Rivoluzione di Febbraio: fu in seguito a queste giornate di agitazione (23-27 febbraio secondo il calendario ortodosso, ma 8-12 marzo secondo quello gregoriano) che lo zar abdicò.

 

Alle origini, per il voto alle donne: «casa» è il mondo intero

Come abbiamo già detto, l’Otto marzo nacque nel solco delle rivendicazioni suffragiste (così come il Primo maggio era nato, una ventina d’anni prima, nel solco della lotta per ridurre l’orario di lavoro a otto ore). All’inizio del Novecento, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, i partiti e i movimenti socialisti mostravano scarso interesse verso il tema del suffragio femminile – ritenendolo spesso «conservatore» e borghese. I diritti politici per le donne erano intesi come subordinati alle istanze politiche ed economiche della classe operaia (maschile), finché le attiviste dentro la Seconda Internazionale conquistarono l’appoggio – sebbene non unanime – dei compagni. Nel 1908, il Partito socialista statunitense affidò al Women’s National Committee l’incarico di costruire una campagna dedicata al tema del suffragio femminile. Successivamente, i socialisti americani dichiararono l’ultima domenica di febbraio «National Woman’s Day». Il 23 febbraio 1909, si tenne a New York il meeting principale presso il Murray Hill Lyceum, dove circa duemila persone si riunirono per ascoltare i principi fondamentali dell’uguaglianza e la richiesta di voto politico per le donne pronunciati dalla suffragista Leonora O’Reilly (1870-1927), una delle prime leader della Women’s Trade Union League. La scrittrice e sociologa Charlotte Perkins Gilman (1860-1935) si rivolse invece alla congregazione della Parkside Church di Brooklyn affermando: «It is true that a woman’s duty is centered in her home and motherhood but home should mean the whole country and not be confined to three or four rooms or a city or a state».

L’anno successivo, fu la volta della seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenhagen, e della mozione di Clara Zetkin, di cui abbiamo già detto.

 

In Italia: né voto, né giornata

In Italia la proposta di Zetkin incontrò reazioni tiepide, cariche di ambiguità, soprattutto per lo scarso entusiasmo con cui i socialisti sostenevano l’obiettivo del suffragio femminile, e niente di simile alle celebrazioni russe, tedesche, austriache e francesi venne sperimentato, nonostante reti di relazione internazionali consolidate.

Eppure, durante tutto il primo decennio del Novecento, coincidente con l’«età giolittiana», l’Italia aveva assistito al lento e progressivo costituirsi delle principali organizzazioni di categoria femminili, dove le donne si dimostravano capaci di misurarsi con la propria condizione e di gestirne le modalità di cambiamento avviando un’indiscutibile tendenza a esprimere leadership autonome. Le maggiori divergenze tra le organizzazioni femminili riguardavano anche quale priorità accordare alla questione del suffragio che catalizzava interesse e fervore in seno a un ambiente femminista incapace, però, di realizzare una vasta alleanza.

Tali difficoltà si moltiplicarono di fronte al conflitto italo-turco per la Libia (1911-1912), quando tra emancipazioniste e femministe (in quegli anni erano i due termini usati per indicare le militanti del movimento delle donne in Italia) si strutturarono posizioni nazionaliste che compromisero ulteriormente l’unità delle organizzazioni femminili.

Persino all’interno del Partito socialista italiano (PSI) la questione del suffragio femminile rappresentava un elemento di divisione. Del 1910 fu la cosiddetta «polemica in famiglia» (come è noto, i due erano uniti da un legame sentimentale) tra Anna Kuliscioff (1855-1925) e Filippo Turati (1857-1932), per il quale la battaglia per il suffragio universale maschile restava prioritaria. Durante il XII Congresso straordinario di Modena, nell’ottobre del 1911, un ordine del giorno presentato dalla stessa Kuliscioff invitava il Partito e il suo gruppo parlamentare a sostenere la parità anche sul piano elettorale. Nel 1912, sulla base di una proposta di Turati e dell’altro leader socialista Claudio Treves (1869-1933), la questione del suffragio femminile fu finalmente affrontata dal Parlamento (dove ovviamente sedevano solo uomini) durante il dibattito sull’estensione del voto, nell’ambito dell’azione riformatrice del governo Giolitti. La proposta, tuttavia, fu respinta (48 voti a favore e 209 contro), mentre il voto venne esteso agli uomini di più di 21 anni, agli analfabeti a partire dai 30 anni e a tutti i cittadini che avessero assolto il servizio militare (legge elettorale del 30 giugno 1912). Così, malgrado se ne fosse molto discusso e nonostante ora anche gli uomini analfabeti potessero votare, in questa occasione nessuna donna ottenne né il voto amministrativo, né quello politico.

Allo stesso tempo, la nuova direzione del PSI, disponendosi sulle posizioni di Turati, di fatto impedì che in Italia si celebrasse la Giornata Internazionale delle Donne. Le motivazioni ufficiali attribuirono questa scelta a una presunta debolezza dell’organizzazione femminile socialista.

 

Per una «migliore riuscita»: l’Otto marzo comunista (1921-1922)

Nel marzo 1921, all’indomani del XVII Congresso socialista da cui scaturì la nascita del Partito comunista d’Italia, sulle pagine del periodico «La difesa delle lavoratrici» si intuisce il terremoto che stava scuotendo le fila dei gruppi femminili. In un articolo di prima pagina dal titolo Riorganizziamoci si legge un appello sconfortato e amareggiato: «Nei paesi e nelle città ove fosse avvenuta qualche defezione, o dove la maggioranza fosse uscita dal partito. Le compagne rimaste si accordino colla sezione per la costituzione del gruppo e per la propaganda. Di tutto ci forniscano sollecitamente notizie».

A scissione avvenuta, mentre al PSI veniva aspramente rimproverato di aver deliberatamente ignorato la celebrazione dell’Otto marzo, le dirigenti socialiste rivendicavano di aver voluto assumere posizioni molto più «avanzate», dal momento che fare propria la campagna suffragista legata a filo doppio alle celebrazioni della Giornata delle donne avrebbe significato stringere un accordo sostanziale con le femministe borghesi. In quelle stesse settimane, da parte comunista, i rimproveri mossi al PSI per avere, di fatto, boicottato l’organizzazione di una Giornata italiana (mentre nella Russia ormai sovietica la data era diventata centrale) assunsero gli accenti di un’aspra polemica politica. Il comitato delle donne comuniste, composto da Felicita Ferrero (1899-1984), Rita Montagnana (1895-1979), Camilla Ravera (1889-1988), Elvira Zocca (1885-?), attribuì al PSI la responsabilità di aver ignorato l’appuntamento internazionale della Giornata delle donne. Non a caso l’organizzazione dell’Otto marzo trovò immediatamente un suo spazio nelle iniziative del neonato Partito Comunista d’Italia (Pcd’I). La giornata venne adottata come dispositivo ad alto contenuto politico-simbolico per marcare una discontinuità, per accreditare la tesi secondo la quale il movimento femminile comunista era un fenomeno «unico e raro, senza radici o antecedenti nella storia d’Italia». Nell’attesa di indicazioni da parte della direzione del partito, le donne comuniste ottennero dal quotidiano «L’Ordine nuovo» uno spazio dedicato ai temi dell’emancipazione femminile. Lo stesso Antonio Gramsci (1891-1937) incaricò Ravera di curare la pubblicazione di una «Tribuna delle donne», come rubrica settimanale.

Nel marzo del 1921, fu grande il rilievo dato alla prima celebrazione italiana della giornata internazionale della donna. Amadeo Bordiga (1889-1970), che nel gennaio precedente era stato alla guida della scissione dal PSI e tra i fondatori del Pdc’I, affermò che appena ne avesse avuto la possibilità, «la direzione del partito avrebbe provveduto alla nomina di un comitato nazionale con il compito di organizzare la propaganda comunista tra le donne in tutta Italia». Qualche tempo dopo, nella direzione del partito, venne istituito un ufficio centrale per il lavoro tra le donne, diretto da Ruggero Grieco (1893-1955), che iniziò poi a Roma la pubblicazione e diffusione di «Compagna», periodico nazionale delle donne comuniste.

Nel 1922 la celebrazione della Giornata trovò spazio sia su «L’Ordine nuovo» sia nelle pagine di «Compagna», passato sotto la direzione di Camilla Ravera. Il quotidiano annunciò, con una certa solennità: «comizi avranno luogo domenica prossima, 12 corrente. I compagni sono pregati di preparare la migliore riuscita». Nel numero 4 di «Compagna», il 16 aprile 1922, veniva pubblicato un rapporto dettagliato della celebrazione dell’Otto marzo nei vari Comuni del Piemonte.

 

Un appuntamento collettivo di nuovo rimandato, causa fascismo

Ancora nel marzo 1925, Compagna titolava a tutta pagina: Nella giornata internazionale femminile le proletarie di tutti i paesi rivolgono il loro pensiero alla Russia dei Soviet, ospitando un articolo firmato da Lenin dal titolo L’emancipazione della donna. Almeno in Italia, la Giornata, a questo punto, veniva saldamente incardinata nel quadro della politica della Terza Internazionale, ma tutte le opportunità aggregative e organizzative si facevano via via più rarefatte quanto più il fascismo diventava regime.

La Giornata non aveva fatto in tempo a sedimentarsi nella pratica politica, ad assestarsi nell’immaginario collettivo che già si era scontrata con le violenze squadriste, poi con la censura del nascente regime e anche con l’autocensura della stampa comunista e infine un’opinione diffusa nel partito che ormai riteneva marginali e differibili i temi che l’avevano animata. La situazione emerge con nettezza da una sintetica nota di Grieco che, intorno alla fine dello stesso 1925, scriveva al Segretariato femminile internazionale: «Le donne proletarie e le compagne, insieme ai lavoratori uomini, lottano contro il fascismo. Tutte le altre questioni sono per il momento senza importanza».

Ci si avviava, così, verso sporadiche celebrazioni clandestine durante il ventennio fascista, come quella che la militante comunista Teresa Noce (1900-1980) tentò di organizzare per l’8 marzo del 1931 tra le lavoratrici del biellese. Ma la consuetudine della celebrazione era troppo recente, la simbologia troppo labile: a differenza della più solida tradizione del Primo maggio, l’8 marzo non aveva la forza di spingere a sfidare il regime in suo nome.

 

Dalla Resistenza al dopoguerra: dalla clandestinità alla mobilitazione di massa

Anche per questo, fu sbalorditiva la capacità di mobilitazione che la Giornata dimostrò quando venne rilanciata nell’ultimo scorcio della Seconda guerra mondiale. Nel marzo 1944, i Gruppi di difesa della donna (organizzazione clandestina nata alla fine del 1943 su iniziativa comunista, ma composta da militanti di varie tendenze antifasciste) fecero circolare a Torino un manifesto che chiamava le donne alla lotta di liberazione, esprimendo il rimpianto per non aver mai potuto celebrare la Giornata come avveniva in Francia, nella Germania pre-hitleriana e nell’URSS. Nella provincia bolognese, la Giornata del 1944 venne caratterizzata da manifestazioni contro la fame e il terrore nazifascista, con distribuzione di viveri e richieste di asili per i bambini delle lavoratrici.

L’Otto marzo del 1945 celebrò la prima conquista nell’Italia ancora divisa in due: il diritto di voto ottenuto con il decreto luogotenenziale del 1° febbraio 1945. A Roma (libera dal 4 giugno 1944) la Giornata venne celebrata con solennità al Liceo Visconti, con la partecipazione di donne e delle nuove organizzazioni femminili: comuniste, socialiste e militanti del Partito d’Azione dell’Unione Donne Italiane (UDI), cattoliche del Centro Italiano Femminile (CIF), sindacaliste della CGIL, partigiane e vedove di caduti. L’UDI, che aveva raggiunto 400.000 iscritte nel primo anno di vita, definì la Giornata «la più caratteristica fra le sue attività» e divenne la forza propulsiva che diede senso politico all’Otto marzo.

Nel 1946 l’occasione del suffragio egemonizzò la ricorrenza. La Giornata si guadagnò vasta attenzione anche della stampa borghese, solitamente poco interessata all’evento. Sul «Giornale del Mattino» di Roma (che per un breve periodo sostituì «Il Messaggero»), comparve un articolo di Sibilla Aleramo che, pur con imprecisioni, rappresentò uno dei rari casi in cui le origini venivano ben individuate e opportunamente legate alla richiesta del voto, evocando anche il tema del rifiuto della guerra che sarebbe rimasto centrale nelle manifestazioni degli anni Cinquanta.

 

Rituali e simboli nel consolidamento repubblicano

Nel 1947 il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi raccomandò che l’8 marzo tutte le impiegate dei ministeri avessero la giornata libera, ma la data non entrò nel calendario delle festività che la Repubblica stabilì con la sua prima legge in materia nel 1949.

All’indomani della guerra, le celebrazioni presentavano ancora un pronunciato sincretismo: messe per i caduti, offerte di dolci e frutta, spettacoli popolari, proiezioni cinematografiche a prezzi ridotti. L’Otto marzo del 1947 venne egemonizzato dalla presenza delle ventuno donne elette all’Assemblea costituente, un autentico sovvertimento dell’ordine simbolico. La comunista Nadia Gallico Spano (1916-2006) prese la parola in aula rievocando il sacrificio delle antifasciste, mentre altri costituenti (uomini) oscillavano tra il riconoscimento delle «staffette» partigiane e il ricollocamento della donna nel suo «ordine naturale» di conforto dell’uomo, «madre» e «sposa». Queste appassionate parole celavano tutte le contraddizioni della cittadinanza femminile non risolte dalla Costituzione, che sanciva l’uguaglianza nella sfera pubblica ma non accoglieva l’affermazione dei diritti individuali delle donne nella famiglia, lasciando in vigore le norme, che risalivano al ventennio fascista, del Codice Penale del 1931 (legato al nome di Alfredo Rocco, il ministro di Mussolini che lo promulgò) e del Codice Civile del 1942 (che codificava il diritto di famiglia prevedendo una forte subordinazione della donna al «capofamiglia» maschio; sarebbe stato riformato solo nel 1975).

Le celebrazioni dell’immediato dopoguerra si confrontarono anche con battaglie contro i licenziamenti femminili e per la parità salariale, mentre molte donne venivano espulse dal mondo del lavoro in favore dei reduci. In un contesto dove a una forte conflittualità sociale corrispondeva una forte repressione, le manifestazioni organizzate da donne furono gestite e affrontate come un «problema di ordine pubblico»: la distribuzione di volantini o di fiori, oppure la raccolta di firme in calce a una petizione per la pace potevano avere per conseguenza un fermo di polizia, magari per «occupazione abusiva di suolo pubblico».

Tra le altre cose, è in questi anni che la mimosa divenne il simbolo della festa, sostanzialmente perché fiore di stagione, economico e semplice da reperire, anche se la paternità dell’idea rimane controversa, così come del resto il racconto delle origini.

 

Tradizioni inventate: politiche e narrative del mito fondativo nel dopoguerra

Nel dopoguerra le origini della Giornata restarono testardamente collocate in costruzioni mitiche: la più diffusa narra di operaie morte in un incendio non meglio precisato l’8 marzo 1908 – ma in altre versioni si parla di 1911 – in una fabbrica tessile – o era un calzaturificio? – di New York – o forse era a Boston o a Chicago. Una variante indica la presenza di un albero di mimosa nel cortile della fabbrica. Questa costruzione mitica, pur priva di fondamento storico diretto, incorpora frammenti di realtà: incidenti e incendi erano ricorrenti nelle fabbriche dell’epoca.

La tenacia di questa versione si fonda su schemi narrativi consolidati e rassicuranti: capitalismo crudele ma remoto, protagonismo femminile rappresentato attraverso il paradigma della passività, del sacrificio e del martirio. La narrazione ha permesso anche di svincolare la Giornata dai suoi ascendenti russo-sovietici-comunisti, attribuendole origini statunitensi funzionali al radicamento in tempi di guerra fredda.

Durante gli anni Cinquanta, in un clima di irrigidimento ideologico, anche in Francia le comuniste assegnarono all’Otto marzo origini americane, inscrivendolo in una tradizione operaia non comunista né sovietica. In Italia, il dirigente del Partito comunista Pietro Secchia (1903-1973) nel 1952 polemizzò con sindacaliste del sindacato cattolico CISL che non aderivano alla celebrazione, rivendicando le origini americane della Giornata e minimizzando il versante russo, il più problematico in epoca di guerra fredda. La funzionalità di questa tradizione inventata si estese oltre la contingenza storica. L’episodio mitico di operaie morte sul lavoro, a forte impatto emotivo e politicamente versatile, si prestò efficacemente a riappropriazioni da parte di comunità politiche diverse, anche durante gli anni Settanta quando il movimento femminista, pur rifiutando i codici tradizionali della celebrazione e pur risemantizzandola, non abbandonò la leggenda dell’incendio. Le autentiche origini della Giornata – legate alla pratica politica delle donne più che all’agiografia – finirono rimosse dall’immaginario collettivo e a lungo dalla storiografia.

 

L’Otto marzo tra l’Italia e il mondo

Scopo di questo contributo è richiamare l’attenzione sulle origini della Giornata Internazionale e sulla sua faticosa affermazione, in due tempi, in Italia. Seguire l’evoluzione dell’Otto marzo nei decenni successivi significherebbe ripercorrere tutta la storia repubblicana dal punto di vista dei diritti, delle lotte e delle conquiste delle donne. La mobilitazione andò di pari passo con, e allo stesso tempo contribuì a promuovere, la trasformazione dei contesti: i radicali cambiamenti della società italiana aprirono a una ridefinizione dei rapporti tra i generi, e di conseguenza a un loro (lento) rinnovamento; la contestazione giovanile, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, coincise con la fioritura di nuovi femminismi; il cambiamento dei costumi a poco a poco impose riforme del diritto cruciali (ci limitiamo a ricordare il trittico formato da legge sul divorzio del 1970, legge sull’aborto del 1978 – con i rispettivi strascichi referendari, nel 1974 e nel 1981 – e tra le due la già menzionata riforma del diritto di famiglia, nel 1975; ma si pensi anche all’abolizione del «delitto d’onore», rimasto inscritto nel Codice penale fino al 1981).

Gli anni Settanta furono il momento in cui la Giornata Internazionale delle Donne ebbe una certa istituzionalizzazione su iniziativa dell’ONU. L’iter si svolse su più anni: con la risoluzione 3010 (XXVII) del 18 dicembre 1972, l’Assemblea generale proclamò il 1975 «Anno Internazionale delle Donne» e l’8 marzo di quell’anno fu consacrato come «Giornata Internazionale delle Donne». Due anni dopo, nel 1977, l’Assemblea generale adottò la risoluzione 32/142 che invitava tutti gli Stati membri a indire una «Giornata delle Nazioni Unite dei diritti delle donne e della pace internazionale». Molti Paesi, Italia compresa, fecero coincidere la data ufficiale con la tradizione dell’8 marzo.

 

Un secolo dopo: lo «sciopero globale» del 2017

L’Otto marzo si è sempre giocato sul campo: ha assunto forme e contenuti cangianti a seconda dei contesti spazio-temporali, ovvero nei diversi contesti politici, sociali e culturali in cui le donne combattono per i diritti; a seconda delle epoche, è stato considerato un momento topico o respinto come rituale stanco e svuotato, o «arretrato», e ancora una giornata di tutte le donne, oppure no (abbiamo visto sopra che in Italia, per un periodo, le organizzazioni femminili cattoliche non vi aderirono).

Nel XXI secolo, dopo anni di appannamento, la Giornata Internazionale delle Donne si è caricata nuovamente di un valore simbolico cruciale per nuovi movimenti femministi. Questo si registra a livello globale, in contesti non euro-occidentali, a partire dalle cosiddette «primavere arabe», l’ondata di proteste che scoppiò in quasi tutti i Paesi dal Nord Africa al Medio Oriente tra il 2010 e il 2011: l’8 marzo 2011, piazza Tahrir al Cairo si riempì di donne.

Ma lo stesso vale nel contesto euro-occidentale. Dopo la «Women’s March», grande manifestazione di protesta svoltasi nelle strade di Washington il 21 gennaio 2017 in risposta alla prima elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, la rivista digitale «Viewpoint Magazine» ha diffuso un articolo-manifesto sottoscritto da otto studiose e attiviste – fra cui Angela Davis (1944) e Nancy Fraser (1947). Come azione iniziale per «favorire lo sviluppo di un movimento femminista rinnovato e più inclusivo», le autrici proponevano di «promuovere la realizzazione di uno sciopero internazionale» in vista dell’imminente Otto marzo. L’obiettivo era di unirsi ai collettivi femministi di tanti Paesi del mondo che avevano valorizzato questa ricorrenza, fra i primi quelli italiani, «coinvolgendo donne, donne transgender e chiunque le sostenga in una giornata di lotta internazionale contro la violenza maschile e a tutela dei diritti riproduttivi. Una giornata di manifestazioni, blocchi stradali, astensione dal lavoro domestico, di cura e sessuale, boicottaggi e proteste contro imprese e politici misogini, scioperi nelle istituzioni educative». Appare evidente come, in questa circostanza, nuovi movimenti femministi abbiano conferito alla ricorrenza un rinnovato slancio, dotandola di una piattaforma profondamente rinnovata e ispirata all’intersezionalità, uno strumento critico decisivo per comprendere come disuguaglianze di classe, razza, genere, sessualità, età e abilità si influenzino, dando forma alle identità sociali e ai sistemi di oppressione e privilegio.

 

«Lotto marzo tutti i giorni»: storia, memoria e stratificazione dei significati

La portata politica dell’Otto marzo 2017 è stata definita, successivamente, una «dismisura» in virtù della dimensione globale che ne ha ridefinito i contenuti, i significati e la cornice rituale. Una dimensione globale che resiste e si carica ogni anno di significati rinnovati anche grazie alla pratica dello sciopero organizzato dalla rete transfemminista Ni una menos/Non una di meno (Nudm). È in questo ambito che è nato lo slogan che domina le manifestazioni degli ultimi anni: «Lotto marzo tutti i giorni». La Giornata Internazionale delle Donne appare, quindi, risorta dalle sue stesse ceneri dopo un periodo in cui – in alcuni contesti nazionali e specialmente in Italia – era apparsa quasi privata della sua dimensione politica e pubblica.

Al termine del racconto di una storia destinata invece a continuare, possiamo concludere che: da un lato la Giornata è un caso esemplare di «invenzione della tradizione» funzionale, dove eventi reali e miti immaginari contribuiscono alla creazione di una memoria condivisa; e dall’altro l’Otto marzo dimostra la straordinaria capacità di essere costantemente risemantizzato, con un andamento discontinuo che mette in rilievo la plasticità dei rituali collegati. Soffermarsi su di esso e sulla sua storia permette dunque di focalizzare nodi decisivi del dibattito storiografico: l’uso pubblico della storia; la costruzione riaggiornata di memoria condivisa come dispositivo di legittimazione di soggetti politici; l’importanza di ricorrenze e simboli come artefici di identità e coesione sociale.

Marzo 2026

Immagine: donne appartenenti all’Irish Women Workers’ Union in posa di fonte alla Liberty Hall di Dublino, 1914 ca.

 

Per approfondire

Per ulteriori precisazioni su documenti citati o evocati nel testo si faccia riferimento al libro di Alessandra Gissi, Otto marzo. La giornata internazionale delle donne in Italia, Viella, Roma 2010, da cui si può partire anche per ogni indicazione bibliografica.

La collezione della rivista «La difesa delle lavoratrici» (prima quindicinale, poi settimanale dal

1921, fondato da Anna Kuliscioff, Linda Malnati, Margherita Sarfatti, Carlotta Clerici e Giselda Brebbia) è disponibile online, sul sito della Biblioteca Gino Bianco di Forlì.

Sull’uso di «femminismo» ed «emancipazionismo», si può cominciare dall’articolo di Perry Willson, Confusione terminologica: «femminismo» ed «emancipazionismo» nell’Italia liberale, «Italia contemporanea», 290, 2019, pp. 209-229, disponibile online.

Sul voto delle donne in Italia nel 1946, si veda in questo spazio online l’articolo di Filippo Benfante dedicato al 2 giugno, Festa della Repubblica.

La legge 27 maggio 1949, n. 260 «Disposizioni in materia di ricorrenze festive», si può leggere online (sul sito normattiva.it si possono seguire modifiche e aggiornamenti intervenuti nel corso degli anni).

L’articolo di Sibilla Aleramo ricordato nel testo uscì sul «Giornale del Mattino» (Roma) dell’8 marzo 1946, sotto il titolo VIII marzo. Giornata internazionale della donna. Vi si leggeva tra le altre cose: «Giornata internazionale della donna. Questo avvicinamento, della femminilità e della internazionalità, ha qualcosa che commuove in modo singolare oggi. Non per nulla, forse, questa data si decretò, sono ormai più di 7 lustri, lassù in Danimarca, paese delle nuvole argentee e delle favole incantevoli, ma con profonda radice umana. Era lassù, in quel lontano 8 marzo 1918, un gruppo di donne di ogni paese che si riunivano a congresso per la prima volta. Chiedevano il voto. E che significa, in mano alla donna, il voto sopra ogni altra cosa? Il mezzo per affermare che non debbono più accadere guerre, il mezzo per opporsi alla guerra».

È da poco disponibile online la collezione della rivista «Noi Donne»: una storia dell’Otto marzo nell’Italia del dopoguerra può essere seguita sfogliando i numeri del periodico dedicati alla Giornata, o analizzandone le copertine. Per restare nell’ambito dell’UDI (di cui «Noi Donne» fu a lungo l’organo ufficiale), si veda anche il sito Associazione Nazionale degli Archivi dell’Unione Donne in Italia che offre molti materiali d’archivio e non; si veda qui tra le altre cose un ricordo di Marisa Rodano (1921-2023) sull’8 marzo (pubblicato il 27 febbraio 2013).

Le risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU sono disponibili online: la 3010 (XXVII) del 1972; e la 32/142 del 1977.

Il manifesto lanciato all’inizio del 2017 da Angela Davis, Nancy Fraser e altre studiose e attiviste è disponibile online, sul sito della rivista «Viewpoint Magazine».

Sui movimenti femministi e il ruolo di Non una di meno, si veda anche in questo spazio online l’articolo di Valeria Gallicchio dedicato al 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’8 marzo e il 25 novembre hanno un ovvio legame

 

Altre letture

Lucy Delap, Femminismi. Una storia globale, trad. di Chiara Libero, Mondadori, Milano 2023.

Vittoria Franco, 8 marzo. Giornata internazionale della donna, in Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017, pp. 41-46 (con in appendice il ricordo dell’8 marzo di Marisa Rodano, tratto dal sito dell’Associazione Nazionale degli Archivi dell’UDI, pp. 47-49, e la poesia di Sibilla Aleramo, La Mimosa d’Amalfi, pp. 49-50).

Elena Musiani, Elda Guerra, Il movimento politico delle donne. Una storia internazionale (XIX-XX secolo), Mondadori Education-Le Monnier, Milano 2025.

Il voto alle donne. Una storia globale, a cura di Raffaella Baritono e Vinzia Fiorino, Il Mulino, Bologna 2025.

 

L’autrice

Alessandra Gissi insegna Storia contemporanea all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. Tra i suoi interessi di ricerca ci sono la storia delle donne e di genere, la storia dei corpi e della riproduzione, la storia del lavoro domestico e la storia delle migrazioni. Fa parte del consiglio direttivo della Società italiana delle Storiche (SIS). Oltre al libro dedicato all’8 marzo ricordato nella bibliografia, tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Le segrete manovre delle donne. Levatrici in Italia dall’Unità al Fascismo, Biblink, Roma 2006 (seconda edizione Viella, Roma 2022); Donne e migrazioni, in Storia delle donne nell’Italia contemporanea, a cura di Silvia Salvatici, Carocci, Roma 2022, pp. 237-258; con Paola Stelliferi, L’aborto. Una storia, Carocci, Roma 2023.