6 maggio 1976. Il terremoto del Friuli

di Salvatore Botta

In occasione del cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli del 1976, Salvatore Botta, docente di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Bologna, illustra i contesti, le modalità e i principali attori dei soccorsi e dell’avvio della ricostruzione, e le tensioni che sorsero sul campo. Luci e ombre del «modello Friuli» e di un caso di ricostruzione «di successo», nonché un particolare punto di vista per pensare e raccontare la storia italiana degli anni Settanta in tutte le sue dimensioni: politica, sociale, economica e istituzionale. Sullo sfondo l’interrogativo se la storia degli eventi catastrofici del passato recente possa dare indicazioni per la gestione delle «emergenze» sempre più frequenti ai giorni nostri.

 

Il risveglio dell’Orcolat e la gestione dell’emergenza

Il 6 maggio 1976 una violenta scossa colpì oltre 190 paesi tra le province di Udine e Pordenone, causando enormi distruzioni: circa 17.000 case distrutte, 965 morti, migliaia di feriti e circa 200.000 sfollati. Come si disse in seguito, si era risvegliato l’Orcolat, il gigantesco «orcaccio» che, secondo la tradizione, abita nelle grotte della Carnia.

I danni furono aggravati da frane, crolli e dalla difficoltà di fuga nelle strette vie dei paesi coinvolti. Nel corso delle prime ore regnarono caos e confusione anche a causa delle comunicazioni interrotte. I soccorsi iniziarono tra grandi difficoltà, senza alcun coordinamento, con cittadini e forze dell’ordine impegnati a scavare tra le macerie.

La gestione dell’emergenza migliorò con la nomina di Giuseppe Zamberletti (1933-2019) a commissario straordinario. Il deputato democristiano organizzò un sistema di coordinamento più efficiente tra Stato, esercito e amministrazioni locali, riconoscendo un ruolo attivo anche ai sindaci. Fondamentale fu l’intervento delle forze armate, ampiamente presenti in quelle zone di confine in tempo di guerra fredda (il trattato di Osimo che fissava definitivamente la frontiera tra Italia e Jugoslavia era stato firmato solo pochi mesi prima, nel novembre 1975). L’esercito fornì uomini, mezzi e assistenza alla popolazione (tende, viveri, soccorsi). Tuttavia, emersero anche problemi burocratici e tensioni legate al tentativo di militarizzare la gestione dell’emergenza, scarsamente compatibile con lo spirito indipendente della popolazione friulana.

 

«Far da sé»: tra (auto)rappresentazione e convenienza

All’indomani del terremoto, i media esaltarono l’immagine dei friulani come un popolo autonomo e operoso, capace di reagire da solo alle difficoltà (il cosiddetto di bessôi, cioè “far da sé”). Questa rappresentazione li dipinse, idealizzandoli, come lavoratori instancabili e orgogliosi, in grado di affrontare anche tragedie gravi senza aiuti esterni. Visione che finì per influenzare anche le decisioni politiche: il governo, pur consapevole che l’autosufficienza non sarebbe bastata, puntò su questa idea, soprattutto per evitare gli errori della gestione del terremoto del Belice del 1968.

Roma decise, quindi, di affidare la ricostruzione soprattutto alle autorità locali (regionali e comunali), evitando di approntare soluzioni temporanee come le baraccopoli. Molti sopravvissuti condivisero questa impostazione, accettando le difficili condizioni di vita nelle ancor più provvisorie tendopoli, con la speranza di una rapida ricostruzione grazie al proprio impegno e alla gestione sul territorio delle risorse anche attraverso cooperative edili create ad hoc.

Fu così che l’amministrazione regionale, retta dal 1973 dal democristiano Antonio Comelli (1920-1988) – la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, a statuto speciale, era nata nel 1963 –, varò una legge per finanziare rapidamente la riparazione delle case danneggiate, puntando sull’autonomia e sul “far da sé” dei friulani. L’episodio più emblematico, in questo senso, fu il salvataggio e la ricostruzione del duomo di Venzone.

 

Le tensioni dell’estate 1976

Tuttavia, nei primi mesi post-terremoto, i lavori procedettero lentamente a causa della scarsità di tecnici e delle difficoltà organizzative, generando così diffuso malcontento tra la popolazione, ostile alla soluzione dei prefabbricati.

La gravità della tragedia rese chiaro che il “far da sé” non sarebbe bastato: senza l’intervento dello Stato le comunità non avrebbero potuto ricostruire case e fabbriche. Ma l’azione dello Stato non parve efficace. Il passare delle settimane trasformò lo slancio iniziale in disillusione e rabbia, con proteste, appelli e blocchi stradali. La giunta regionale fu criticata sia dai cittadini sia dalle opposizioni politiche (comunisti e socialisti). Gli interventi vennero infatti percepiti come lenti, burocratici, orientati più agli interessi privati che al bene della popolazione ferita dalla tragedia.

I terremotati, organizzati nei comitati delle tendopoli, protestarono attivamente: significativa è la manifestazione del 16 luglio 1976 a Trieste, che costrinse le istituzioni a riconoscerli come interlocutori. Parallelamente, partiti e sindacati organizzarono una protesta separata a Udine, evidenziando una frattura tra popolazione e poteri pubblici e una generale sfiducia verso i partiti.

Nonostante alcune modifiche alla legge (aumento dei contributi e più commissioni destinate a dialogare col territorio), i ritardi continuarono, aggravati da nuove scosse sismiche. La Regione fu quindi costretta a puntare sui prefabbricati, ma emersero problemi di costi elevati e difficoltà nel reperire i terreni, anche per resistenze locali e ostacoli burocratici imposti dallo Stato.

 

Guardare gli anni Settanta dalle macerie del Friuli

Nel frattempo, la gestione dell’emergenza si era intrecciata con la campagna elettorale nazionale (il voto ebbe luogo il 20-21 giugno 1976). I friulani partecipano comunque massicciamente al voto, rafforzando soprattutto i partiti di governo Democrazia Cristiana (DC) e Partito Socialista (PSI), ma alimentando pure tensioni politiche a livello regionale.

Nei giorni successivi al sisma del 6 maggio, ruspe di Vigili del Fuoco, esercito e imprese private abbatterono molte strutture instabili, ma anche edifici religiosi e campanili non sempre pericolanti, suscitando non poche polemiche all’interno di comunità da sempre fortemente legate ai propri luoghi di culto. Di fronte a tale “scempio” due furono le spiegazioni critiche formulate dagli opposti schieramenti politici: una economica, sostenuta dalle sinistre, secondo cui le demolizioni avrebbero favorito le grandi imprese nella successiva fase della ricostruzione; e una politica, fatta propria dalla maggioranza moderata, connessa al tentativo d’indebolire la DC nelle aree terremotate cancellando i simboli religiosi. Esito questo che sarebbe stato favorito anche dall’attivismo delle cooperative di soccorso provenienti da regioni “rosse” (Emilia e Toscana) e dal sistema dei “gemellaggi” promosso dal Partito Comunista (PCI).

Del resto, negli anni Settanta, in Friuli, il sisma si intrecciò con tensioni politiche e sociali già presenti nella regione. La proposta di «solidarietà nazionale» tra DC e PCI, per affrontare la crisi economica internazionale con cui si era aperto il decennio, aveva generato forti malumori specialmente tra i giovani della sinistra extraparlamentare che vedevano in tale esperimento la fine di qualunque progetto rivoluzionario. La loro presenza come volontari nelle tendopoli fu perciò vista con grande sospetto dalle autorità preoccupate che quei ragazzi sfruttassero l’emergenza per diffondere idee estremiste.

Le proteste coinvolsero anche i soldati di leva impegnati nei soccorsi. Molti di loro sperimentavano difficili condizioni di vita nelle caserme e spesso erano costretti a svolgere compiti di “crumiraggio” contro operai e studenti. Nacquero così negli anni Settanta movimenti di dissenso “in divisa” animati dai cosiddetti «soldati democratici» che chiedevano trattamenti più umani da parte dei superiori, libertà d’espressione e possibilità di fare politica. Non è un caso, quindi, se proprio il sisma del Friuli offrì un importante spazio di mobilitazione alla Lega degli Obiettori di Coscienza (LOC), che chiedeva di sostituire il servizio militare con quello civile nelle zone colpite. Il governo, al cospetto della catastrofe in corso, concesse una sospensione della leva e il reclutamento, benché limitato, di giovani nei Vigili del Fuoco.

 

Esperimenti di «democrazia partecipativa»: il caso di Gemona

Il Friuli divenne, quindi, in quel drammatico frangente, una sorta di laboratorio di «democrazia partecipativa», soprattutto grazie all’interazione tra la spinta all’autodeterminazione dei friulani e l’intervento dei volontari dell’«ultrasinistra». A Gemona, uno dei centri più colpiti dal sisma, questi militanti riuscirono a guadagnare la fiducia dei terremotati, creando nelle tendopoli assemblee per gestire i tanti problemi legati alla loro vita quotidiana in condizioni di forte disagio e un «Coordinamento delle tendopoli» che fungeva da “giunta operativa” alternativa all’amministrazione comunale. La popolazione, ferita dal sisma ma anche dalle carenze delle istituzioni pubbliche, accolse con favore l’iniziativa dei volontari di pubblicare un bollettino ciclostilato per informare costantemente gli ospiti delle tendopoli sugli sviluppi dell’emergenza. Inoltre, le assemblee divennero momenti di mobilitazione popolare e di pressione sui tempi e sulle modalità della ricostruzione, che culminarono nelle manifestazioni del 16 luglio a Trieste e Udine.

Il «Coordinamento» ottenne inizialmente il sostegno di alcuni membri della Giunta comunale, ma presto emersero tensioni politiche interne e contrasti con la popolazione: la retorica politica dell’«ultrasinistra» e i tentativi di propagandare il socialismo rivoluzionario si scontrarono con la lingua e la cultura locale. Il movimento perse quindi slancio, anche per la diffidenza del PCI e per la stanchezza dei cittadini verso comizi e assemblee che non producevano risultati concreti. Da questo punto di vista il caso friulano appare molto diverso a precedenti calamità: i volontari non si limitarono al soccorso materiale, ma entrarono nella vita politica e sociale delle comunità colpite, suscitando non poche diffidenze. In alcune tendopoli, le forze dell’ordine intervennero per limitare la partecipazione dei volontari, temendo agitazioni politiche o attività di “sciacallaggio”.

I comitati di borgata e delle tendopoli, in primo luogo quelli di Gemona, emersero come organismi spontanei di auto-organizzazione, assumendo responsabilità pratiche come la gestione dei volontari e delle mense per i sopravvissuti, spesso in conflitto con le istituzioni locali e le forze dell’ordine. Le autorità cercarono di centralizzare gli aiuti e di controllare i comitati, ma questi difesero tenacemente la propria autonomia, rilasciando “lasciapassare” e proteggendo i volontari, quasi ispirandosi a tradizioni comunitarie premoderne. I volontari, spesso giovani studenti friulani di rientro da esperienze extra-regionali, divennero mediatori culturali e organizzatori di scuole autogestite nei campi, promuovendo solidarietà e creatività.

 

La Chiesa friulana di fronte all’emergenza

Anche la Chiesa friulana fu coinvolta nell’emergenza, ma si mostrò divisa: da un lato l’arcivescovo e le strutture di vertice delle diocesi collaborarono con le autorità e gestirono la raccolta di risorse; dall’altro, i preti “regionalisti” e il «Movimento Friuli» (un’associazione autonomista nata nel 1966 sull’onda delle manifestazioni studentesche per la mancata istituzione dell’Università di Udine) sostennero l’autonomia dei sopravvissuti, privilegiando la ricostruzione delle case sulle chiese e promuovendo un approccio più partecipativo e vicino alla popolazione. Il terremoto mise in luce tensioni storiche tra autorità ecclesiastiche, politica democristiana e comunità locali, mostrando al contempo come la catastrofe stesse favorendo esperimenti di autogoverno e di solidarietà diretta tra cittadini.

Sul finire dell’estate 1976, mentre il commissario Zamberletti e il governo centrale si trovavano costretti a intercedere nuovamente presso le comunità locali per garantire la pacifica gestione dell’emergenza e la popolazione manifestava tutta la propria frustrazione, ebbe luogo un altro episodio significativo. Il 4 settembre il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti (1919-2013) visitando Gemona fu accolto dalle proteste di friulani esasperati dai ritardi nella ricostruzione. A guidare il dissenso monsignor Alfredo Battisti (1925-2012), arcivescovo di Udine, il quale, invitato a partecipare all’incontro tra tutte le autorità presso la caserma Goi degli alpini, restò fuori dai cancelli con un gruppo di cittadini a cui era stato impedito di entrare. La popolazione, stremata dopo mesi trascorsi sotto le tende, chiedeva misure concrete: finanziamenti, baracche, lavoro.

 

Le scosse di settembre e lo sblocco della situazione

L’11 settembre, una nuova onda sismica aggravò la crisi, spingendo il governo a conferire ulteriori poteri a Zamberletti. Il commissario organizzò evacuazioni di massa verso località costiere non molto distanti dalle zone colpite e gestì il sovraffollamento nelle tendopoli requisendo roulotte in tutta Italia. Così facendo garantì la possibilità agli sfollati di restare sul territorio e di seguire le opere di ripristino degli abitati.

Ciò non toglie che la ricostruzione dovette fare i conti con difficoltà amministrative e logistiche che furono, almeno in parte, superate alla fine del 1976, grazie al «patto di rinascita» siglato dai partiti regionali e all’approvazione a livello nazionale di una legge speciale, l’anno successivo.

Zamberletti assegnò i complessi di prefabbricati alla gestione di diverse organizzazioni (FIAT, IRI, cooperative, esercito) e riattivò gradualmente la vita economica e sociale, coordinando scuole, trasporti, presidi e fabbriche.

I sindacati, invece, si concentrarono soprattutto sull’assistenza burocratica ai cittadini, trascurando problemi come mense, servizi sanitari, scuola e baraccamenti. Scelta che rifletteva sia la debolezza storica delle organizzazioni operaie in una regione di recente industrializzazione, caratterizzata da piccole imprese e manodopera flessibile, sia fattori culturali e sociali, come l’emigrazione postbellica e l’individualismo locale. Solo alcune voci critiche, come la Federazione Lavoratori Metalmeccanici e il Coordinamento delle tendopoli, si prodigarono affinché la ricostruzione avvenisse tenendo conto prima di tutto delle esigenze quotidiane della popolazione in termini di tutela sociale e non degli interessi degli imprenditori che abusavano del senso di sacrificio dei friulani per fare i propri affari. E il “pungolo” produsse effetti se a partire dall’assemblea del dicembre 1976, tenuta a Udine con la partecipazione di circa duemila delegati di fabbrica, il sindacato finalmente superò il ruolo puramente assistenziale ritagliatosi fino a quel momento per avviare un dialogo più concreto con le istituzioni, promuovendo iniziative industriali, commerciali, agricole.

 

L’avvio di una ricostruzione «di successo»

Nonostante le molte difficoltà di ordine normativo e istituzionale (solo agli inizi degli anni Settanta era stato varato il sistema regionale, così come la prima legge sulla protezione civile), di ordine economico (il decennio vide anche l’Italia subire gli effetti recessivi dello shock petrolifero) e di ordine politico (la crisi dell’esperimento della «solidarietà nazionale»), la ricostruzione economica del Friuli dopo il terremoto del 1976 rappresentò uno degli esempi più significativi di resilienza nella storia italiana del dopoguerra.

A differenza di altri contesti in cui gli interventi furono gestiti prevalentemente dall’alto, in Friuli si scelse di responsabilizzare Comuni e cittadini, permettendo loro di partecipare attivamente alle decisioni sulla ricostruzione. Questo approccio favorì una ripresa più rapida ed efficace, perché rispose meglio ai bisogni reali del territorio.

La rinascita fu sostenuta da interventi pubblici e iniziativa privata. Lo Stato fornì risorse e strumenti normativi, ma furono gli imprenditori locali a giocare un ruolo decisivo nel rilancio produttivo. Molte aziende, seppur danneggiate, riuscirono a ripartire grazie a una forte determinazione e a una rete di solidarietà che coinvolse anche altre regioni italiane. In questo senso, la ricostruzione non fu solo un ritorno alla situazione precedente, ma un’occasione per innovare e modernizzare il sistema economico. Un altro elemento chiave fu l’attenzione alla pianificazione. La ricostruzione non avvenne in modo caotico, ma seguì criteri urbanistici e industriali ben definiti, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita e rendere il territorio più sicuro e competitivo. E questo contribuì a trasformare il Friuli in una delle aree più dinamiche del Nord-Est italiano negli anni successivi.

Aprile 2026 (aggiornato giugno 2026)


Immagine: il duomo di Venzone (UD) gravemente danneggiato dal terremoto del maggio 1976. Foto scattata dopo il 15 settembre 1976.

 

Bibliografia essenziale

Otello Bosari, Fasìn di bessôi? Il terremoto del Friuli 40 anni dopo, Alba Edizioni, Meduna di Livenza (TV) 2016.

Salvatore Botta, Macerie d’Italia. Storia politica di una nazione contro la natura, Le Monnier, Milano 2020.

Salvatore Botta, Quando la natura «ribelle» incontra gli «inquilini del Colle», in «Le Carte e la Storia. Rivista di storia delle istituzioni», 1, 2025, pp. 77-94.

Erasmo D’Angelis, Italiani con gli stivali. La protezione civile nella penisola dei grandi rischi, La Biblioteca del Cigno, Morciano di Romagna 2009 (si veda anche la successiva ed. Italiani con gli stivali. Storia, imprese, organizzazione della Protezione civile, Polistampa-Legambiente, Firenze-Roma 2016).

Erasmo D’Angelis, Ripariamo l’Italia. Storia di terremoti e terremotati. Vittime e danni. Colpe e colpevoli. Come possiamo difenderci?, Giunti, Firenze-Milano 2018.

Friuli: la prova del terremoto, a cura di Bernardo Cattarinussi, Raimondo Strassoldo, prefazione di Achille Ardigò, FrancoAngeli, Milano 1978.

Friuli un popolo tra le macerie, prefazione di David M. Turoldo, La Vita Cattolica, Udine 2016 (prima ed. 1977).

Stefano Gambarotto, Il terremoto in Friuli 6 maggio 1976. Il crollo e la rinascita, a cura di Valentina Bernardi, Editrice Storica, Treviso 2016.

Igor Londero, Pa sopravivence, no pa l’anarchie. Forme di autogestione nel Friuli terremotato. L’esperienza della tendopoli di Godo, presentazione di Remo Cacitti, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione-Forum, Udine 2008.

Giada Messetti, Quando tornano le rondini. Friuli 1976: memorie di un terremoto, Mondadori, Milano 2026.

Giovanni Pietro Nimis, La ricostruzione possibile. La ricostruzione nel centro storico di Gemona del Friuli dopo il terremoto del 1976, Marsilio, Venezia 1988.

Giacomina Pellizzari, Il terremoto in Friuli. Il risveglio dell’Orcolat, Gaspari, Udine 2021.

Alma Pizzi, Se la terra trema. A trent’anni dal Friuli Giuseppe Zamberletti racconta la nascita e lo sviluppo della protezione civile italiana, Il Sole 24 Ore, Milano 2006.

Luisa Rainer Chiap, L’eco del terremoto/Il rivoc dal taramot. Friuli 1976 ricordi e testimonianze, Editoriale Programma, Treviso 2021.

Robi Ronza, Friuli, dalle tende al deserto? Scena e retroscena di una ricostruzione mancata, 6 maggio-30 settembre 1976, Jaka Book, Milano 1976.

Giuseppe Zamberletti, Friuli 1976: la gestione dell’emergenza tra i terremoti di maggio e di settembre, in «Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata», vol. 60, suppl. 1, settembre 2019, pp. 9-16, disponibile online.

Tra i molti materiali audiovisivi reperibili in rete, segnaliamo quelli messi a disposizione dall’Archivio dell’Istituto Luce e quelli del portale Raiplay, in particolare lo speciale prodotto in occasione del cinquantesimo anniversario dalla redazione del TGR Friuli Venezia-Giulia e una galleria di cronache del 1976.

Nel marzo 2026 è uscito nelle sale cinematografiche il film-documentario Orcolat di Federico Savonitto, attualmente disponibile su Raiplay.

 

Per approfondire

In questo spazio online, si vedano le due videointerviste (novembre 2025) a Gabriella Gribaudi sul terremoto in Irpinia del 1980: Il terremoto del 1980: gli eventi, la ricostruzione, il racconto e Storiografia, memoria e “mitigazione del rischio”.

Sull’obiezione di coscienza al servizio militare (introdotta nella legislazione italiana nel 1972), si veda in questo spazio online l’articolo di Amoreno Martellini, Disobbedire e non combattere. L’obiezione di coscienza al servizio militare nell’Italia repubblicana (febbraio 2026).

Tra i molti materiali audiovisivi reperibili in rete, segnaliamo quelli messi a disposizione dall’Archivio dell’Istituto Luce.

Nel marzo 2026 è uscito nelle sale cinematografiche il film-documentario Orcolat di Federico Savonitto.

 

L’autore

Salvatore Botta insegna Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Bologna. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia politica e delle istituzioni politiche, la storia dell’ambiente e quella dei beni culturali. Con Mondadori Education ha pubblicato le monografie A domanda risponda! Il parlamento giolittiano alla prova del Question Time (2023) e Macerie d’Italia. Storia politica di una nazione contro la natura (2020).