12 dicembre. La strage di piazza Fontana

A cura di Davide Serafino

Una data che non appartiene al calendario civile ufficiale può essere quella decisiva per raccontare la biografia e illustrare l’autobiografia di un Paese. Le bombe esplose in piazza Fontana il 12 dicembre 1969 sono state uno snodo essenziale della storia dell’Italia repubblicana, e ci sollecitano ancora oggi in tutti gli ambiti, sociali, politici e culturali. Il rapporto tra le istituzioni dello Stato e la cittadinanza; il ruolo dei movimenti sociali e dell’informazione autonoma per la difesa della democrazia; versioni ufficiali e controinformazione; «verità» processuali e giudizi storici; rapporti tra memorie pubbliche e private, individuali e di gruppo, locali e nazionali.

 

La data, l’evento

Il 12 dicembre 1969, alle 16,37, una bomba squarciò il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano: 13 morti sul colpo, che sarebbero arrivati a 17, e 88 feriti. Una seconda bomba, inesplosa, venne rinvenuta in piazza della Scala, presso la Banca Commerciale Italiana. Nello stesso pomeriggio a Roma altri tre attentati – nei pressi della Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, all’ingresso del Museo del Risorgimento e all’altare della Patria – provocarono altri 16 feriti.

In quel freddo venerdì di dicembre il Paese piombò in uno degli eventi più drammatici della sua storia repubblicana, uno di quelli che segnano anche la memoria collettiva. Pur non essendo entrata nel calendario civile istituzionale (su questo torneremo in conclusione), il 12 dicembre si è imposto in un calendario «democratico», promosso in primo luogo dai movimenti della società civile.

«Piazza Fontana» contiene una catena di eventi, si dilata nello spazio e nel tempo: c’è la bomba che fa 17 vittime a Milano; ci sono i depistaggi della questura di Milano e degli apparati dello Stato, che subito provocano una diciottesima vittima innocente, Giuseppe Pinelli, morto mentre la polizia lo interrogava, e che tentano di creare un colpevole in Pietro Valpreda; c’è, quasi tre anni dopo, l’assassinio di Luigi Calabresi, il commissario che aveva convocato Pinelli in questura, ecco la diciannovesima vittima; ci sono i processi durati decenni; e ci sono anche, a ogni tappa, le mobilitazioni della società civile che ha preteso chiarezza su quanto stava accadendo, chiesto conto alle istituzioni, prodotto «controinformazione» per contrastare le versioni menzognere proposte dalle autorità responsabili.

 

La «madre di tutte le stragi» e la «strategia della tensione»

Gli anni seguenti avrebbero mostrato che quella di piazza Fontana era stata la «madre di tutte le stragi». Infatti, fu la prima di una serie di grandi stragi neofasciste – come sarebbe emerso dalle vicende processuali (ma senza essere sanzionato da condanna), a collocare la bomba era stato il gruppo di estrema destra Ordine nuovo guidato da Franco Freda e Giovanni Ventura –, un elenco che comprende quelle di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 (8 morti), del treno Italicus del 4 agosto 1974 (12 morti) e della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti), mentre prima di piazza Fontana si erano avute avvisaglie con attentati «minori».

La strage di Milano, e il disorientamento della società italiana che ne conseguì, inaugurarono la cosiddetta «strategia della tensione», la leva con cui settori reazionari dello Stato e gruppi di estrema destra mirarono a due obiettivi complementari: criminalizzare l’estrema sinistra, facendo ricadere la responsabilità della strage su di essa; fermare l’avanzata delle forze progressiste e del movimento operaio protagonista dell’«autunno caldo» e spingere l’opinione pubblica verso posizioni conservatrici, o persino reazionarie, che avrebbero potuto favorire soluzioni politiche al di là dei limiti costituzionali.

 

La «pista anarchica» e la costruzione del «mostro»

Le indagini condotte dall’Ufficio politico della questura, guidato da Antonino Allegra, si indirizzarono immediatamente verso l’area anarchica, in particolare vennero presi di mira il Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano e il Circolo anarchico 22 marzo di Roma, in cui militavano rispettivamente il ferroviere Giuseppe Pinelli e il ballerino Pietro Valpreda. La «pista anarchica» si sarebbe rivelata un depistaggio: non poggiava su alcun riscontro concreto ed era mossa da finalità politiche. Vi contribuirono diversi attori istituzionali, come il prefetto di Milano Libero Mazza e il direttore dell’Ufficio affari riservati Federico Umberto D’Amato. La sera stessa della strage, infatti, la polizia fermò un’ottantina di sospettati, tra cui Pinelli, che fu interrogato in questura per ben tre giorni, tanto che il suo fermo dopo 48 ore, non essendo stato convalidato dal magistrato, era diventato illegale.

Il 15 dicembre vi furono i funerali delle vittime. Trecentomila persone – cittadini, operai, militanti – si ritrovano davanti al sagrato del Duomo, avvolte in un silenzio irreale e disorientato, ma che chiedeva risposte alle istituzioni. Tuttavia, le conseguenze della strage inquietarono, se possibile, più dello stesso attentato. La notte stessa Pinelli, trattenuto illegalmente dalle forze dell’ordine, volò giù dal quarto piano della questura di Milano.

Nella conferenza stampa successiva all’episodio, il questore Marcello Guida, il capo dell’ufficio politico Allegra e il commissario Calabresi, tentarono di allontanare qualsiasi sospetto sulla questura e sostennero la tesi, che poi dovettero ritrattare, secondo cui il ferroviere, messo alle strette dalle domande degli investigatori e resosi conto che il proprio alibi era crollato, circostanza peraltro falsa, si sarebbe suicidato gettandosi da una finestra rimasta socchiusa per il caldo. Il suicidio stesso diventò così un’ulteriore prova a carico della colpevolezza di Pinelli.

Il «Corriere della Sera» del 16 dicembre divise la sua prima pagina tra la cronaca dei funerali e le dichiarazioni della polizia: sotto l’occhiello «La ferma dignità di Milano monito contro la violenza», il titolo a tutta pagina era di due righe, sopra L’estremo saluto alle vittime della strage, e sotto Colpo di scena, un fermato si uccide in questura. Il catenaccio era tutto dedicato a Pinelli: «Era un ferroviere residente a Milano […] e aveva quarant’anni – Si è gettato poco prima di mezzanotte da una finestra del quarto piano…». E in taglio basso le parole del questore di Milano: «I suoi alibi erano caduti».

La mattina del 15 dicembre era stato arrestato anche Valpreda, coinvolto nella vicenda dalla testimonianza, dimostratasi inattendibile, di un tassista. Valpreda sarebbe rimasto in carcere più di 3 anni, fino al 29 dicembre 1972. La sua scarcerazione fu possibile grazie alla pressione dell’opinione pubblica, della stampa progressista e della sinistra extraparlamentare, sempre più convinte della sua estraneità, che portò il parlamento ad approvare una legge – la cosiddetta «legge Valpreda» del 15 dicembre 1972 – che introdusse dei limiti alle misure cautelari anche in caso di reati gravissimi, come quello di strage. Dopo un lungo iter giudiziario Valpreda avrebbe ottenuto la definitiva assoluzione solamente nel 1987, a distanza di 18 anni dalla strage.

 

Le indagini sulla morte di Pinelli

Le indagini sulla morte del ferroviere procedettero con difficoltà e furono ostacolate in ogni modo. La prima indagine non portò ad alcun processo, ma solamente a un’istruttoria che si chiuse con il proscioglimento di Calabresi e di altri cinque agenti. Fu possibile raccogliere alcune informazioni sull’episodio solamente dopo che Calabresi aveva denunciato per diffamazione Pio Baldelli, direttore responsabile del quotidiano «Lotta Continua», organo dell’omonima formazione della sinistra extraparlamentare, che aveva indicato il commissario come responsabile della morte di Pinelli. L’obiettivo di Lotta Continua (Lc) era proprio questo: spingere Calabresi alla denuncia per potere, in questo modo, far riaprire le indagini sulla morte di Pinelli.

Il processo a Baldelli per diffamazione iniziò nell’ottobre del 1970, ma ben presto le incongruenze nelle testimonianze degli agenti spinsero a riaprire il caso, inviando un avviso di reato ai testimoni e a Calabresi. L’omicidio del commissario nel maggio del 1972 interruppe il procedimento.

Le indagini sulla morte di Pinelli, su pressione dell’opinione pubblica e della moglie del ferroviere, vennero riaperte nel settembre 1972. L’inchiesta, guidata da Gerardo D’Ambrosio, si concluse nell’ottobre 1975 con una sentenza che non avrebbe mai smesso di destare perplessità e rabbia tra i sopravvissuti, i familiari delle vittime e l’opinione pubblica. Secondo D’Ambrosio, infatti, la morte di Pinelli non fu dovuta né a un suicidio né a un omicidio, ma fu un incidente dovuto a un «malore attivo». In sostanza, Pinelli, a causa dello stress, avrebbe avuto un malore che anziché farlo accasciare su sé stesso, gli avrebbe alterato il centro di equilibrio e lo avrebbe fatto precipitare dalla finestra. La stessa sentenza, inoltre, escluse che il commissario Calabresi fosse presente nell’ufficio nel momento della caduta, nonostante un testimone, l’anarchico Pasquale Valitutti, avesse dichiarato il contrario.

 

La nascita della «controinchiesta» e della «controinformazione»

La strage rappresentò un punto di svolta nel rapporto tra potere, media e opinione pubblica. Il credito che una parte della stampa diede alla pista anarchica mise a dura prova la sua autorevolezza e la sua indipendenza dal potere, tanto più che cominciò a farsi strada l’idea che questo fosse complice, che la strage fosse di Stato.

La risposta, fin dal dicembre 1969, fu il lavoro di «controinchiesta» e di «controinformazione», un atto di denuncia della corruzione della stampa, ma anche un modo di fare informazione «dal basso», in modo autonomo e programmaticamente «partigiano» che cambiò il modo di raccogliere, verificare, trattare e stendere le notizie, finendo per influenzare anche la stampa mainstream.

La «controinformazione» era debitrice del giornalismo d’inchiesta dei decenni precedenti – come le inchieste di Tina Merlin sul disastro del Vajont (avvenuto nel 1963) o quelle di Lino Jannuzzi sulle trame nere del «Piano Solo» (un piano di colpo di Stato predisposto nel 1964, per contrastare il governo di centro-sinistra, venuto alla luce anni dopo) –, di cui rappresentò un’ideale prosecuzione. Anche in questa occasione, alcuni giornalisti, come Camilla Cederna, Giorgio Bocca e Corrado Stajano, rifiutarono le versioni ufficiali e iniziarono a mettere insieme, con solerzia e acribia, fatti e circostanze.

La «controinformazione» prese peraltro varie forme: si pensi a una canzone come La ballata del Pinelli che cominciò a circolare sin dagli ultimi giorni del 1969, o alla commedia di Dario Fo, Morte accidentale di un anarchico, messa in scena per la prima volta nel 1970.

 

L’assassinio di Calabresi

All’indomani della morte di Pinelli, una parte dell’opinione pubblica indicò in Luigi Calabresi uno dei responsabili dell’improbabile suicidio del ferroviere. La versione ufficiale, che smentiva la presenza del commissario nella stanza da cui cadde Pinelli, fu vista come un tentativo di sottrarre il commissario alle proprie responsabilità. Venne avviata una dura campagna stampa contro Calabresi che, il 17 maggio 1972, fu ucciso a colpi di pistola.

Quello di Calabresi fu il primo omicidio politico a maturare all’interno dell’area della sinistra «rivoluzionaria». Per comprenderlo è importante tenere conto del contesto in cui maturò la campagna stampa contro di lui, portata avanti soprattutto da «Lotta Continua» che, senza troppi giri di parole, lo definì assassino e lo minacciò apertamente. La campagna, più che essere mossa dall’odio – aspetto che sarebbe stato enfatizzato a posteriori –, rispondeva all’obiettivo concreto di indurre il commissario a querelare «Lotta Continua». Questa circostanza non attenua la violenza della campagna contro il commissario, ma può aiutare a inquadrarla meglio. Uno dei passaggi chiave della campagna di intimidazione contro Calabresi fu il famoso appello pubblicato su «L’Espresso» il 13 giugno 1971 in cui il commissario era indicato come il responsabile della morte di Pinelli e si leggeva di «commissari torturatori», «magistrati persecutori» e «giudici indegni». L’appello fu sottoscritto da alcuni dei più importanti esponenti della cultura e della politica italiana, come Norberto Bobbio, Giulio Einaudi, Carlo Levi, Primo Levi, Umberto Terracini, Umberto Eco, Guido Quazza, Eugenio Scalfari. Dal punto di vista storiografico, è certamente importante capire che ruolo ebbe l’appello nel creare il clima in cui si consumò l’omicidio Calabresi, ma lo è altrettanto provare a comprendere perché uomini di quella levatura – non certo «cattivi maestri», tra i quali compaiono anche dei costituenti – ritennero un dovere morale, civile e politico firmare un appello da cui trapelava un giudizio così amaro sulla democrazia italiana.

Nel 1988 l’ex militante di Lc Leonardo Marino inaspettatamente confessò la propria partecipazione all’omicidio, coinvolgendo nelle accuse anche Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, leader del movimento all’epoca dei fatti. Dopo diversi gradi di giudizio, nel 1997, i tre vennero condannati in via definitiva per l’omicidio. La sentenza destò molte critiche sia nel merito della specifica vicenda, sia in punta di diritto poiché la condanna era stata comminata sulla base non di prove concrete, ma della sola testimonianza di Marino che, peraltro, si era contraddetto più volte.

 

Le prime tre istruttorie e il processo di Catanzaro

La storia processuale di piazza Fontana fu lunga e complessa, nell’insieme durò 36 anni, e si articolò in cinque istruttorie e tre processi. Le prime tre istruttorie – la prima sulla «pista anarchica», la seconda sulla «pista nera» e la terza sui depistaggi del Sid (Servizio Informazioni Difesa) – confluirono nel primo processo sulla strage che si celebrò a Catanzaro, allontanandolo da Milano per legittima suspicione.

Il processo iniziò nel gennaio 1977 e nel febbraio 1979 si concluse con l’assoluzione di Valpreda e la condanna in primo grado dei già ricordati Freda, Ventura e di Guido Giannettini – i cui nomi erano emersi nelle indagini sulla cellula veneta di Ordine Nuovo – per strage, e degli ufficiali dei servizi Gianadelio Maletti e Antonio Labruna per i depistaggi delle indagini e per aver favorito la fuga all’estero di alcuni imputati.

La Corte d’Appello di Catanzaro, nell’aprile 1981, ribaltò la sentenza di primo grado e assolse Freda, Ventura e Giannettini per insufficienza di prove. I due ordinovisti furono, però, condannati per associazione sovversiva e per alcuni attentati – come quelli del 25 aprile 1969 alla stazione Centrale e alla fiera campionaria di Milano o quelli sui treni nell’agosto successivo – precedenti a piazza Fontana.

La Cassazione, nel giugno 1982, confermò la condanna per questi attentati, ma al contempo rinviò a nuovo giudizio tutti gli imputati – Freda, Ventura, ma anche Valpreda e il suo coimputato Mario Merlino, un neofascista di Avanguardia nazionale infiltratosi nel gruppo 22 marzo – per il reato di strage continuata, cioè anche per piazza Fontana e gli altri attentati del 12 dicembre.

Il processo venne spostato presso la Corte d’Appello di Bari che nell’agosto del 1985 assolse Valpreda e Merlino, ma anche Freda e Ventura, per insufficienza di prove e confermò, invece, la condanna per falso ideologico di Labruna e Maletti, convalidando il coinvolgimento del Sid nei depistaggi. La sentenza d’appello barese venne confermata dalla Cassazione nel gennaio del 1987.

 

Il «Catanzaro bis» e il processo di Milano

Sul finire del primo processo, ne venne avviato un altro, il cosiddetto «Catanzaro bis». Questo processo nasceva da una ulteriore istruttoria, anch’essa dedicata agli ambienti neofascisti, il cui principale imputato era Stefano Delle Chiaie, fondatore del gruppo Avanguardia Nazionale. Anche il «Catanzaro bis» si concluse senza alcuna condanna e gli imputati vennero assolti, per non aver commesso il fatto, sia in primo grado nel 1989, sia in appello nel 1991.

Nel frattempo, la ripresa delle indagini sulla destra eversiva portò a un’altra istruttoria ancora, da cui scaturì il terzo processo – il cosiddetto «processo di Milano» – che si celebrò, finalmente, nel capoluogo lombardo. L’istruttoria, condotta da Guido Salvini, era stata avviata in seguito alle dichiarazioni, rese tra il 1993 e il 1994, dal collaboratore di giustizia Carlo Digilio, militante neofascista che aveva svolto un ruolo «coperto», come esperto di esplosivi, in Ordine nuovo.

Le sentenze istruttorie di rinvio a giudizio del 18 marzo 1995 e del 3 febbraio 1998, diedero avvio al processo che vide imputati Digilio, Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni. I giudici milanesi precisarono che l’accusa mossa ai quattro imputati si basava sull’assunto che avessero agito in concorso con Freda e Ventura, i due principali imputati del primo processo di Catanzaro, nonostante questi non fossero più processabili in virtù del principio ne bis in idem, dal momento che la Cassazione nel 1987 li aveva assolti in via definitiva dal reato di strage.

Il processo di primo grado si concluse nel giugno 2001 con la condanna all’ergastolo di Maggi, Zorzi e Rognoni, mentre dichiarò il non doversi procedere contro Digilio, giuridicamente responsabile, ma con il reato prescritto, grazie alle attenuanti per la collaborazione. La sentenza d’appello del marzo 2004 ribaltò quella di primo grado e assolse Maggi e Zorzi per insufficienza di prove e Rognoni per non aver commesso il fatto. La Cassazione, infine, nel maggio 2005, confermò le assoluzioni, ma stabilì che, pur rimanendo ignoti gli esecutori materiali della strage, l’attentato era riconducibile alla struttura veneta di Ordine nuovo ed era stato ideato e attuato dal gruppo padovano guidato da Freda e da Ventura, i quali però non erano più perseguibili.

Questa lunga vicenda, sempre più collocata tra procedura giudiziaria e inchiesta storica, si chiuse dunque definitivamente senza condanne materiali per i colpevoli, ma con un preciso giudizio storico.

 

Le tensioni e le torsioni della memoria

Il 4 maggio 2007 la Repubblica italiana riconobbe il 9 maggio, anniversario dell’omicidio Moro, come «giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale e delle stragi di tale matrice». La scelta della data fu oggetto di discussione poiché alcuni deputati ritenevano più rappresentativa proprio la data del 12 dicembre, tanto che la proposta fu approvata con l’astensione dei 46 deputati di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani e il voto contrario di Francesco Caruso, sempre di Rifondazione.

Se da un lato il sequestro Moro fu un avvenimento che non ebbe eguali in Europa, dall’altro lato, proprio per questo, la scelta della data del 9 maggio fu vista anche come una «scelta di palazzo», una scelta in favore di una vittima «illustre», di «serie A», anziché in favore di decine di vittime «comuni», di «serie B». Inoltre, la scelta di questa data parve mettere in secondo piano le responsabilità del neofascismo che, fino a prova contraria, aveva inaugurato la stagione del terrorismo, e quelle dello Stato i cui apparati erano stati protagonisti ambigui di quegli anni (per quanto le ambiguità non mancassero anche nel caso Moro). La scelta del 12 dicembre, o comunque di una data legata allo stragismo, avrebbe implicato, almeno una certa assunzione di responsabilità da parte dello Stato.

 

Una cerimonia al Quirinale

Nel maggio del 2009, anno del quarantennale di piazza Fontana, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano volle con sé al «giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo» Licia Rognini e Gemma Capra, rispettivamente le vedove di Pinelli e Calabresi. Era la prima volta che si incontravano pubblicamente. Nelle intenzioni di Napolitano, la riconciliazione, almeno ideale, tra le due donne, e tra loro e le istituzioni che le celebravano, avrebbe dovuto rappresentare il primo tassello nella costruzione di una memoria finalmente condivisa. L’allestimento dell’incontro e il suo racconto fatto dai media sollevano peraltro il dubbio che la pietà per le vittime, e la centralità loro accordata, rischi di trasformarsi in una sorta di risarcimento postumo, oscurando sia le carenze della giustizia sia la costruzione di un’etica civile sulla base di una valutazione dei fatti. A tal proposito, lo storico Giovanni De Luna ha insistito sul fatto che, nelle giornate della memoria – stabilite per legge, dedicate ognuna a uno specifico gruppo di vittime –, la presenza soffocante delle emozioni – odio, vendetta, perdono, compassione, pietà – abbia preso il sopravvento a scapito del ragionamento storico e civile.

Chiaramente, quella del «calendario civile» è anche e soprattutto una questione di carattere politico, è una posta in gioco per stabilire non solo che cosa e come si ricorda, ma anche che cosa non si ricorda, contribuendo a fissare i termini di un discorso pubblico corrente (ammesso) e pertanto di un indirizzo culturale che diventa egemonico. La retorica della «memoria condivisa», che si coniuga al polo opposto con quella della «memoria divisa», occulta il fatto che le memorie, in quanto costruzioni volte a definire e consolidare identità che hanno ben poco di spontaneo, sono sempre conflittuali.

 

Due lapidi in piazza Fontana

Il tema della «memoria divisa» è rappresentato in modo plastico dalla presenza, nell’aiuola di piazza Fontana, di due lapidi a ricordare la morte di Pinelli. La prima fu collocata nel 1977 con un’iniziativa «dal basso», del «movimento», per ricordare il ferroviere anarchico «ucciso innocente nei locali della questura di Milano». La seconda, invece, venne posta dal Comune nel 2006 dopo alcuni lavori nella piazza. Concluso il cantiere, il Comune non ripristinò la lapide originale, ma la sostituì con un’altra in cui Pinelli era diventato un «innocente morto tragicamente nei locali della questura di Milano». Come prevedibile, la scelta destò diverse polemiche fino a quando il movimento anarchico non collocò una nuova lapide, vicino a quella del comune, che riportava il testo originario. A oggi, quindi, in piazza Fontana ci sono due lapidi, quasi identiche, che ricordano la stessa persona. Due verbi diversi, due versioni dello stesso fatto: una memoria divisa. (Va ricordata anche una terza lapide in piazza Fontana, quella che ricorda le vittime della strage, elencandone i nomi, collocata nel decimo anniversario sul muro esterno dell’edificio della Banca Nazionale dell’Agricoltura.)

Anziché una «memoria condivisa» costruita retrospettivamente – la memoria della moglie di Pinelli non potrà mai essere la stessa della moglie di Calabresi –, sarebbe assai più utile un confronto dialettico tra memorie inevitabilmente soggettive e tra queste e la storiografia, che aiuti a fare qualche passo in avanti nella comprensione, senza per forza pervenire a una memoria condivisa che rischierebbe di occultare le differenze e annullare le identità e, in definitiva, di essere una negazione stessa della memoria. Affinché questo spazio di confronto comune sia possibile, però, sarebbe necessario, come ha sottolineato De Luna, porre fine all’«assenza di verità e di giustizia su episodi che hanno profondamente influenzato il corso della nostra storia».

Dicembre 2025

Immagine: la folla in piazza del Duomo a Milano durante i funerali delle vittime di Piazza Fontana (15 dicembre 1969).

 

Per approfondire

I libri di storia dedicati alla strage di piazza Fontana sono molti. I primi testi utili per inquadrare la vicenda in una cornice più ampia sono quelli dedicati alla cosiddetta «strategia della tensione», espressione che nella pubblicistica talvolta è sovrapposta perfettamente, ma impropriamente, al terrorismo nero e allo stragismo. I tre fenomeni hanno innegabilmente molti punti in comune, tuttavia non si possono considerare tout court sinonimi. Le stragi furono il principale repertorio di azione del terrorismo nero, ma non l’unico. La sua identificazione con lo stragismo trova notevoli riscontri nella prima fase dell’eversione nera, ma appare semplificatoria. Essa si configurò in una serie di azioni – pressioni politiche, trame, violenze e stragi – mirate a provocare un clima di allarmismo diffuso al fine di rendere accettabili soluzioni autoritarie e restrizioni delle libertà civili, dei diritti costituzionali e dei poteri del Parlamento. Il testo più completo sul tema è quello di Mirco Dondi L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974 (Laterza, Roma-Bari 2015). Altri due volumi che possono aiutare a collocare meglio la vicenda sono: Daniele Biacchesi, Ombre nere. Il terrorismo di destra da Piazza Fontana alla bomba al «Manifesto» (Mursia, Milano 2002); Angelo Ventrone, La strategia della paura (Mondadori, Milano 2019). Il libro di Paolo Morando, Prima di Piazza Fontana. La prova generale (Laterza, Roma-Bari 2019), è invece dedicato agli attentati della primavera e dell’estate 1969, organizzati da Ordine Nuovo, ma anche in questo caso attribuiti agli anarchici, visti come la «prova generale» di piazza Fontana.

Per quanto riguarda i libri specificatamente dedicati a piazza Fontana, meglio partire dalle controinchieste che diedero un grande contributo nella messa in discussione della colpevolezza di Pinelli e Valpreda, ed ebbero un ruolo centrale nel formare, in modo duraturo, la percezione collettiva di uno Stato torbido e colluso: La strage di Stato. Controinchiesta (Samonà e Savelli, Roma 1970) e Camilla Cederna, Pinelli. Una finestra sulla strage (Feltrinelli, Milano 1971). Sul ruolo svolto da alcuni, spesso solitari, giornalisti, appare utile segnalare il testo di Marco Nozza, Il pistarolo. Da piazza Fontana, trent’anni di storia raccontati da un grande cronista (Il Saggiatore, Milano 2006).

Tra i volumi dedicati alla strage usciti negli anni successivi, anche sulla scia degli anniversari, si segnalano: Giorgio Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta (Feltrinelli, Milano 1993; l’edizione più recente Einaudi, Torino 2019); Gianfranco Bettin, Maurizio Dianese, La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (Feltrinelli, Milano 1999); Enrico Deaglio, La bomba. Cinquant’anni di piazza Fontana (Feltrinelli, Milano 2019).

Utile è la raccolta di saggi, curata da Umberto Gentiloni Silveri e Ilaria Moroni e uscita per la rivista «Dimensioni e problemi della ricerca storica» (numero 2, 2020) con il titolo «Noi sappiamo e abbiamo le prove». Studi sulla strage di piazza Fontana 50 anni dopo, che raccoglie gli interventi della giornata di studi organizzata nel dicembre 2019 dall’Archivio Flamigni e dall’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 69. Per la ricostruzione del «processo-labirinto» celebrato tra Milano, Roma e Catanzaro e più in generale sui rapporti tra giustizia e politica, si veda Benedetta Tobagi, Piazza Fontana. Il processo impossibile (Einaudi, Torino 2019).

Segnaliamo infine la ricostruzione a fumetti di Francesco Barilli, Matteo Fenoglio, Piazza Fontana (BeccoGiallo, Padova 2009). Come già ricordato nel testo, sin dal 1969-1970 «piazza Fontana» è entrata nella memoria collettiva attraverso molteplici media.

Per quanto riguarda il processo ad Adriano Sofri, ma più in generale i rapporti tra storia e giustizia, sono fondamentali le riflessioni di Carlo Ginzburg ne Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri (Einaudi, Torino 1991; l’edizione più recente è quella Quodlibet, Macerata 2020). Sofri ha pubblicato il testo della memoria che consegnò alla Corte d’Assise del Tribunale di Milano prima che si ritirasse in camera di consiglio per sentenziare, sotto il titolo Memoria (Sellerio, Palermo 1990). Dello stesso Sofri si segnala anche La notte che Pinelli (Sellerio, Palermo 2009).

Piazza Fontana è anche una storia di memorie private, pubblicate e discusse pubblicamente. In questo ambito è fondamentale il libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo (Mondadori, Milano 2007), che ha avuto una straordinaria diffusione anche per il ruolo pubblico raggiunto dal figlio del commissario Calabresi, oggi uno dei giornalisti riconosciuti come più autorevoli.

Le vicende «parallele» di Pinelli e Calabresi erano già state raccontate dalle due vedove, Licia Pinelli (1928-2024) e Gemma Capra (1946) in volumi che ebbero una diffusione più ridotta: Licia Pinelli, con Piero Scaramucci, Una storia quasi soltanto mia (Mondadori, Milano 1982; l’edizione più recente Feltrinelli, Milano 2009, seguente alla cerimonia al Quirinale); Gemma Capra, Mio marito, il commissario Calabresi. Il diario segreto della moglie dopo 17 anni di silenzio (a cura di Luciano Garibaldi, Edizioni Paoline, Milano 1990). Più recente un altro libro di Gemma Capra, La crepa e la luce. Sulla strada del perdono, la mia storia (Mondadori, Milano 2022).

La citazione e la riflessione di Giovanni De Luna sono tratte dal suo La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa (Feltrinelli, Milano 2011).

Anche sulle «memorie divise» – questione di cui la storiografia italiana si è occupata molto dagli anni Novanta del XX secolo, partendo dall’affiorare di memorie «antipartigiane» – la bibliografia ormai è lunga. Ricordiamo qui una considerazione fatta nel corso di un’intervista da Claudio Pavone (1920-2016), autore del fondamentale Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991; l’ed. più recente è del 2006): «quanto alla memoria comune, è un concetto privo di senso. Non c’è niente di più soggettivo della memoria: un ex partigiano e un reduce della Rsi non potranno mai avere la stessa visione del passato. Erano italiani entrambi, ma volevano due Italie diverse, inconciliabili. Mettere una pietra sopra alle ragioni del conflitto non è un progresso né civile né storiografico» («Corriere della Sera», 26 novembre 2010, ora disponibile online).

Sulla questione è ritornato più volte anche Alessandro Portelli; si legge per esempio nel suo dialogo con lo storico tedesco Lutz Klinkhammer La fiera delle falsità. Via Rasella, le Fosse Ardeatine, la distorsione della memoria (Donzelli, Roma 2024): «Sulla questione della memoria divisa io ho sempre pensato che in democrazia è bene che le memorie siano divise: non solo perché tutti hanno esperienze diverse e non è pensabile che tutti ricordino le stesse cose, ma anche perché è bene che non esista un’interpretazione condivisa anche dei ricordi comuni. Quello che deve essere condiviso è la conoscenza degli eventi e un metodo storico di ricerca, dopodiché è giusto dividersi sull’interpretazione e sui giudizi» (pp. 129-130).

Nel volume collettivo Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017, l’intervento sul 12 dicembre è affidato a Gad Lerner, quello sul 9 maggio a Benedetta Tobagi.

Sul portale Raiplay è disponibile una piccola selezione di documenti audiovisivi dell’epoca dalle Teche Rai.

 

Altre letture

Giuseppe Battelli, Anna Maria Vinci, Parole e violenza politica. Gli anni Settanta nel Novecento italiano, Carocci, Roma 2013.

Massimo Coco, Ricordare stanca. L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse, Sperling & Kupfer, Milano 2012.

Aldo Giannuli et al., Dopo le bombe. Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia, postfazione di Mirco Dondi, Mimesis, Milano-Udine 2019

Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro, a cura di Giovanni Fasanella, Claudio Sestieri, Giovanni Pellegrino, Einaudi, Torino 2000 (nuova ed. ampliata Sperling & Kupfer, Milano 2008).

Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Nuova Eri, Roma, Mondadori, Milano 1992.

 

Appendice. Cronologia delle istruttorie e dei processi